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Per amore delle città che vivono fra le parole.
Per un gioco di sguardi incrociati, suggerito da Effe.
A ripensarci, Torino è soprattutto Corso Regina Margherita, che procede prima a caseggiati radi e di geometrile bruttezza e poi, d’un tratto, si sfila nobile in palazzi grigi, con incanti di finestre.
Lì, le finestre pensano in ferro battuto, con scaglie di ruggine piccolina.
Si arriva al “luogo”, ricami negli occhi.
(Gli occhi sono scappati in alto e hanno trovato fregi di intonaco e balconi e tetti. Sotto, è solo strada che si fa dritta.)
Il buono del viaggio si scioglie lungo le scale.
Ora è lavoro di fogli fra pareti verdine e parole che restano dentro: un esilio che non sa di inchiostro come dovrebbe e neppure di ticchettii ronzanti.
Solo una finestra regala campane. Aldilà abita un amico.
A ripensarci, Torino è soprattutto Via Garibaldi, una casa con ringhiera e fiori a veranda, una casa per parlare di libri e nebbia, di portici o fili che tramano la vita e l’annodano.
Risatine all’Arneis, mentre una malizia bambina soffia, lungo il corridoio della storia, l’aria del possibile. Amori e matildi di spada e melagrana…
Laura Mancinelli è principe e contessa, è abate e mozart, è andante con tenerezza: metonimia di un tutto saporoso.
A ripensarci, Torino è soprattutto un bambino con un pallone giallo, unico graffio galleggiante in una testura di balconi a strisce e cemento (o forse era cielo), in una periferia di cui non ho nome.
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