giovedì, 12 maggio 2005


Per amore delle città che vivono fra le parole.
Per un gioco di sguardi incrociati, suggerito da Effe.

A ripensarci, Torino è soprattutto Corso Regina Margherita, che procede prima a caseggiati radi e di geometrile bruttezza  e poi, d’un tratto, si sfila nobile in palazzi grigi, con incanti di finestre.
Lì, le finestre pensano in ferro battuto, con scaglie di ruggine piccolina.
Si arriva al “luogo”, ricami negli occhi.
(
Gli occhi sono  scappati in alto e hanno trovato fregi di intonaco e balconi e tetti. Sotto, è solo strada che si fa dritta.)
Il buono del viaggio si scioglie lungo le scale.
Ora è lavoro di fogli fra pareti verdine e parole che restano dentro: un esilio che non sa di inchiostro come dovrebbe e neppure di ticchettii ronzanti.
Solo una finestra regala campane. Aldilà abita un amico.

A ripensarci, Torino è soprattutto Via Garibaldi, una casa con ringhiera e fiori a veranda, una casa per  parlare di libri e nebbia, di portici o fili che tramano la vita e l’annodano.
Risatine all’Arneis, mentre una malizia bambina soffia, lungo il corridoio della storia, l’aria del possibile. Amori e matildi di spada e melagrana…
Laura Mancinelli è principe e contessa, è abate e mozart, è andante con tenerezza: metonimia di un tutto saporoso.

A ripensarci, Torino è soprattutto un bambino con un pallone giallo, unico graffio galleggiante in una testura di balconi a strisce e cemento (o forse era cielo), in una periferia di cui non ho nome.

Scritto da colfavoredellenebbie alle ore 13:52 | link | commenti (58) |Torna su
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