.....ella
25 aprile
319
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Paglierine
Se l’era portata a casa, a mo’ di preda.
Forse da Viterbo: una gran fiera.
(Certe scorribande per vendere e comprare. Vitelli, soprattutto.)
A risalire, un viaggio lungo e storto. Con il treno.
E la paura che patisse aria o sete. Il braccio torno torno, cedevole al ritmo di sbattuta.
La guardava, esile e sguarnita, e già sapeva i frutti, odor di erba tagliata: melette paglierine, del verde agro del fieno, quando ha perso ogni prepotenza.
Le aveva viste al margine di un prato, piccole da sembrare nane.
Mele d’estate, non d’autunno.
Ne aveva assaggiata una: aspra da schiuma in bocca, ma anche delicata, con lo zucchero che spunta. In fondo in fondo.
E aveva pensato alla mietitura: lavorare, sudare, poi tirarsi sotto un’ombra e sentire il fresco di una mela.
Interrò la pianta alla Contotta, ai bordi dell’aia, per infittire il brolo.
Un poco ti somiglia, disse alla sposa, perché era un uomo che aveva poesia, ma la Mabilia se ne restò zitta e arrovescia, ché aveva altre piantine per la testa: tener dietro alla casa, al pollaio, alle chiacchiere delle donne nella corte.
Ci fu da aspettare un paio d’anni: arrivarono i fiori un po’ rosati. Diversi frutti legarono per bene.
L’uomo guardava il verde e il picciòlo che teneva, tastava la polpa appena appena: voleva capire il tempo delle cose, trovare un segno che le legasse al resto e aggiustasse il cuore per l’attesa.
Alla calendra dei giorni di gennaio chiedeva pioggia e sole, fino a luglio.
Alla merla il passo della stagione nuova.
Col viburno aperto e bianco sentiva il maggio, prima delle rose.
Cosa avrebbero detto le mele paglierine, le mele di san giovanni?
C’era da aspettare, per vederle cambiare sotto gli occhi.
Non sono da staccare, disse a tutti, per essere ben chiaro. Han da restare lì, finchè non son mature. Ché c’è ancora tutto da capire.
Ma qualcosa andò per conto suo.
I frutti parevano malati.
Rosicchiature, ad arte. Fini fini.
Da un lato solo delle mele, quello nascosto, che dava contro il muro.
Vespe di terra? Insetti forestieri?
Non c’eran tracce che dicessero qualcosa.
Poi vide e fu come sciogliersi nel sole del primo pomeriggio.
La bimba piccolina trascinava un mattone sotto il melo, ci saliva e, in punta di piedi, tenendo un frutto con le mani, lo grattava a denti e morsichini.
Appesa senza peso.
Ad una mela.
Non sono da staccare, sorrise al padre.
Le voci del mentre
3.
Lui dice che bisogna andare indietro, per capire bene.
Almeno un salto a dieci anni prima, al millenoventotrentaquattro.
Il fratello più grande subito di leva.
Vent’anni giusti, da spendere in Etiopia.
E insieme alla partenza, l’arrivo del mal stare.
Il giovane mandato a far la guerra, senza dire perché, e il padre a fare i conti con la sua: col caseificio grande chiuso per quella tessera rifiutata sempre, coi figli da tirare su, con le minacce non tanto sotto traccia.
E un formaggio che non voleva più nessuno.
C’era da andare via.
Lui dice che il padre era andato in Francia e sempre scriveva a casa, anche per dire che errore questa guerra, solo una smania tronfia di grandezza…
Bastò alla censura nera per chiudere altre porte: persecuzione.
Bisognò inventare altri lavori, tornando nel solco della madre. La rivincita fiorì tutta nel nome: aprì le porte la Trattoria “Alla Pace”.
Lui ricorda quando il fratello grande tornò dall’Africa.
Era il ’39. Cinque anni di guerra.
E di nuovo fu subito partenza: prima al confine italo francese e dopo in Jugoslavia.
Anche il fratello di mezzo era ormai maturo. Vent’anni giusti, da spendere in Croazia, essere ferito e poi ripartire: destinazione Russia, fino alla disfatta e , senza neppure passare dal paese, un po’ di Meridione.
Così l’8 settembre del ’43 cominciarono a venire a casa. A piedi. Uno dalla Jugoslavia, l’altro da Sessa Aurunca a risalire l’Italia.
E c’era la Brigata da organizzare, e c’era la Liguria con le sue montagne, e c’era il formaggio per la Val d’Ossola, e il lavoro “Alla pace”. C’erano i compagni. E chi fingeva di essere e non era.
Lui, l’ altro lui, ha scritto:
“Da ragazzo di vent’anni, in poco tempo ero stato costretto a diventare uomo disincantato; perciò non è stato difficile prendere coscienza, e i fatti purtroppo mi hanno dato ragione, che l’8 settembre sarebbe stata la data della dichiarazione di una nuova guerra, forse la più cattiva, contro nuovi nemici: gli ex alleati tedeschi ma, peggio ancora, i fascisti italiani ancora loro alleati, riorganizzati nella Repubblica Sociale Italiana di Salò. (…)
Nella trattoria ALLA PACE si andavano consolidando lo spirito antifascista e pacifista e il desiderio di ricostruire una vita democratica; si allacciavano contatti con personaggi già inseriti ed attivi nel movimento della Resistenza.
Il 4 novembre del 1943, prima che cominciassero le azioni delle S.A.P., c’era già, presso il Comune di Borgofranco un Ufficio delle Guardie Nazionali della Repubblica di Salò.
Io ed un gruppetto di amici, la mattina, riunitici per ricordare i Caduti della Grande Guerra presso il Parco delle Rimembranze, ci scandalizzammo per lo stato di degrado del luogo: erbacce dappertutto, le targhe coi nomi dei Caduti divelte o sporche, il cannone con la canna piena di terra, le recinzioni sconnesse. Detto fatto, il gruppetto decise di mettere in ordine e fare la commemorazione (…): ripulimmo e ripristinammo tutto, lucidammo anche il cannone, ma lo collocammo a canna in su con dentro un mazzo di fiori rossi.
Per tutti i cittadini che assistettero alla scena quella fu una toccante manifestazione patriottica, per noi quei fiori nel cannone furono l’esternazione di una protesta, l’ufficializzazione della nostra appartenenza al movimento della Resistenza” (da L.Roncada,Dall'8 settembre 1943 verso il 25 aprile 1945, in Sermide 1940-1945, Sermidiana Edizioni-2005)
Come andarono i fatti già è stato detto.
Resta la cosa ultima.
Il padre, proprio il 25 aprile, i ‘merican in piazza, i partigiani anche, chiamò la sua gente, tutta la famiglia, la vedova abbracciata con lo sguardo: si volta pagina, disse. Niente mai vendette.
Ecco, vorrei sapere dove sta la retorica che qualcuno vorrebbe cancellare.
Si pensi a cancellare la guerra, guardando avanti.
I libri dei fatti, dei gesti già accaduti sono da rispettare.
Da rispettare.
(dedicato a Domenico, a Ugo, a Gigi, a Giulio e a chi mi ha aiutato a ricordare)
…ancora 25 Aprile 250 blogger
Le voci del mentre
2.
Lei dice che era bambina e si ricorda tutto. Tutto.
Specie quel giorno di festa di dicembre: ci andava spesso dai nonni e dalla zia, ché la zia era una sarta fina e aveva mani d’oro.
(In giro c’era il dono di certe pelli bianche di coniglio, che quasi erano meglio della lana e avrebbero inventato un bel cappotto, per la cresima d’inverno)
Niente cappotto, invece: divise nere all’improvviso e l’osteria riversata in strada.
Erano le tre del pomeriggio.
Le sedie e i fucili, i bicchieri e gli urli, le lacrime e i silenzi, i piatti e il vino e le pelli bianche di coniglio.
A fare inferno, insieme. Il dentro tutto buttato fuori e calpestato.
I giovani sul camion.
Senza un dove.
(Un mondo sporcato e rovesciato)
Lei dice che c’era, nella cucina grande, quella mattina di venti giorni dopo. Quando il nonno rovesciò la scodella con il latte, un gesto mai veduto, quasi uno sgarbo alla moglie che diceva mangia, che a cercare il figlio finisce che muore il padre…
E la verità era venuta fuori come una biscia nera.
Non c’era più figlio: lo sapevano le gambe che avevano pedalato tutta la provincia, lo sapevano le mani che avevano scavato nella terra e nel ghiaccio di quel cimitero.
Non c’era più figlio.
Neanche gli altri.
Fucilati il 22 dicembre.
Diceva, poggiato alla tavola, con i pugni alle tempie.
(Lei se la sente ancora la corda d’ortica che da quel giorno strinse la famiglia, ficcata nella carne da far male)
Lei li ha bene in mente, i giorni della ritirata.
Gli incendi, soprattutto, che si vedevano dalla casa alta: i tedeschi bruciavano le corti, dopo aver preso motori e biciclette. La coda del drago che batteva qua e là: fuochi, alle spalle, in mezzo alla campagna. Le bestie perse nel fumo. L’odore a vampate, a raschiare occhi e gola.
Un falò di banconote davanti al municipio.
( i bambini a rimestare fra i carboni col sogno di un biglietto intero, ma il fuoco sa tagliare come di coltello: solo farfalline di cenere e angoli di soldi bruciacchiati)
E poi, e poi i carri armati, a venir su dal modenese: quelli col numero ottantotto e con il quadrifoglio.
I ‘merican, qui da noi. Anche quelli neri.
Arrivarono che era quasi sera e puntarono i cannoni verso Po, dove c’erano gli ultimi tedeschi sulle rive, di qua e di là. La gente chiusa in casa col tremore, a sentire la notte fischiare sulle teste.
(Tutti con la madre nel letto grande: sotto il lenzuolo, ad ascoltare il buio e i colpi, ché quella era nottata di fine mondo)
Lei dice che al capo del Pradòn, la lingua di terra, quasi un’isola, proprio in riva a Po, fra i pioppi e i salici, c’era la casa di una famiglia grossa. La mattina i tedeschi s’erano portati via le porte, ché tutto serviva per tentare l’acqua. Ma tanti, il fiume, non l’avevano passato: avevano messo le armi per terra e si erano dati ai partigiani.
Allora l’uomo del Pradòn, il pomeriggio di quel 23 d’aprile, era sceso in golena con il bimbo a cercarsi le porte per la notte: almeno stare al chiuso… ma, dalla spiaggia di quell’altra sponda, arrivò uno sparo.
Morire così, a un passo da casa.
Senza poter dire liberazione.
Questo blog aderisce all’iniziativa 25 Aprile 250 blogger
Le voci del mentre
1.
Lei racconta che era ragazza: sentiva qualcosa che cambiava e non capiva bene.
Una primavera a voce bassa e di sole sottile.
Con l’ombra dell’inverno a fare freddo, ancora.
L’inverno con i morti ragazzi, partigiani, ragazzi di lì, fucilati nel ghiaccio di un poligono, un poco più lontano.
Portati via dalle brigate nere nell’otto di dicembre, la festa dell’immacolata.
Il più bello preso mentre serviva all’osteria del padre. La moglie a vedere, con il gelo dentro e la bambina in braccio.
Messo sul camion, insieme col fratello, che poi s’era salvato.
E il padre che, al nome dei suoi figli, diceva sono io e voleva andare lui, al posto loro.
(Il vino che correva per la strada e sembrava già sangue in mezzo ai vetri e ai biscotti secchi)
Lei dice che un conto è perderli in guerra, ma vederseli prendere così, davanti agli occhi, dopo la Russia e l’Africa, e tanta Jugoslavia fatta a piedi… Così, per rappresaglia. Ché mica avevano ammazzato. Sabotaggio e tanta propaganda, questo sì. E l’aiuto a chi voleva star dall’altra parte, questo sì.
E si ricorda che al più bello piaceva portare il feltro sulle ventitré e se lo aggiustava con un colpettino.
Quando entrava nel forno, a cercare pane per l’osteria, incantava meglio di Clargabol, sornione e di battuta pronta.
Al vecchio Bigin, allora, che non rubava mai a nessuno, toccava alleggerire le infornate portate alla cottura, giusto per mettergli insieme qualche copia.
"Mi toccherà dire alle donne che il forno vuole la sua parte e se la brucia", e fingeva di sbuffare un poco.
E si ricorda la faccia anche degli altri: ragazzi come ce ne sono tanti, belli pure loro, come si è a vent’anni, ragazzi da farsi una famiglia o tenersela ben stretta. Invece macché.
Erano quelli della radiolondra, di notte nel retro d’osteria, quelli - poi s’era saputo - delle riunioni nelle capezzagne al buio, incuranti dell’aereo Pippo che passava e teneva fermi in casa, con la carta blu a far da pelle al vetro.
(Una coda di bengala come di cometa e le bestie nelle corti, invece, a imbizzarrirsi)
Lei dice che, prima, sapeva e non sapeva.
Ché il suo moroso, il fratello che poi s’era salvato, non rispondeva a niente e spariva e non c’era modo di fargli dir le cose, neanche la sera quando l’aspettava fuori dall’ufficio per accompagnarla a casa: qualche minuto insieme a una promessa. E c’era così freddo che il fiato si faceva nebbia.
Sa di certo che era stato l’inverno delle bombe e della fame: il ponte del paese grosso già non c’era più, la chiesa con squarci da far pena. La gente sfollata, a cercare casa dove si poteva. Nelle stalle e nelle porcilaie, con le corti che aprivano l’uscio e non tenevano più nemmeno il conto.
I boschi dei pioppi avevano tremato ed era già febbraio, coi tedeschi sempre più cattivi, con Pippo che passava ogni nottata, i rifugi scavati dietro gli orti, lontano dai muri, coperti con le frasche.
(I nonni con il cuore in gola, ciascuno a pregare con la propria fede: avevano già perso ogni cosa, maledettalaguerra )
Poi era venuto aprile, dice: i giorni del venti e giù di lì.
Il 23 mattina gli americani erano vicini (cannocchiali sopra il campanile)...
E i tedeschi parevano impazziti e cercavano di passare Po: coi corach delle cove, con le botti e le porte scardinate, con le tavole di legno e gli assi del bucato, ché, i gommoni, i capi se li erano già presi.
Certi come bambini di occhi tondi, altri che entravano e prendevano.
Lei dice che nella confusione, nel correre a nascondersi e aspettare, era scappata a casa dall’ufficio e si era trovata un cavallo, proprio in mezzo a strada.
Grigio chiaro chiaro: tedesco e pareva figlio di nessuno.
Che colpe mai poteva avere?
Ebbe paura che lo facessero annegare e lo portò dentro il suo cortile, dietro la pila della legna.
Lo tenne nascosto per due giorni, poi lo accompagnò dagli americani.
Era il 25.
Si poteva piangere e ridere, insieme.
Invariazioni
C’è un posto, un po’ più in là, verso il boscone, con gli alberi in croce.
Un braccio di fiume dove un incendio ha impalato i pioppi e la terra s’è sorbita l’acqua.
Ci hanno pensato le radici vive ad asciugare, con tempi lunghi e rigurgiti di talpa: barriere basse di false zucche avviticchiate e fitte.
A ricordare le onde restano lembi di distese nude: crespure strascicate, umide ditate di fiume sull’argilla.
Terra materna che accoglie e non respinge.
Tiene sulla crosta una memoria di trilli e zampettii.
E resti di rami: gesti di alberi fermati nel gesso della malta.
E garbugli di vecchi tronchi, venuti a morire qui, come derive di scontri e di correnti.
Fra ragnatele di fango e brandelli di plastica indurita.
E’ bianca la polpa degli alberi morti, col livore di vene di liscivia. Pare tirata a pomice, ma senza più splendore.
A contrasto, intorno, il verde che rinasce, gramigna che si confonde al grano e cresce e muta.
Così assoluta, invece, questa secchezza che non ha più saliva né nebbia per confondersi e mentire.
Non cambia, non si trasforma più, mentre intorno eccede primavera
Ed è dolente questo invariare asciutto, come di terra tradita e spenta.
Fulminati, a proposito di un libro...
‘Chissà se i fulminati di fiume sono come quelli di mare’, dice la dedica.
Mi viene da sorridere e penso, intanto, che non so fare le dediche e che vorrei averla scritta io, questa. A dirla tutta, non so fare neppure le recensioni.
Magari percorro qualche pezzetto di strada insieme con i libri, a volte, fra la gente.
E con gli autori. Sempre con la preoccupazione di sbagliare il passo o il modo.
Facciamo così, quindi: questa non è una recensione, neanche una presentazione, ma un accompagnamento dedicato a Medicineman, amico di blog, che leggo a singhiozzo, così come leggo a singhiozzo le altre blog-scritture, in questo periodo strano in cui il tempo fa quel che gli pare ed è sempre altrove.
Il libro è Fulminati, di Antonio Musotto, appunto, che, assieme ad Elio Carreca e a Sandro La Rosa, ha pubblicato una raccoltina di racconti per i tipi di Navarra Editori: un libro sottile, di microstorie a lama, inquiete e, a loro volta, fulminanti.
Il nastro di scorrimento di queste narrazioni è la città, nel suo paesaggio umanamente confuso.
Eppure non sono i luoghi ad accamparsi, luoghi che pure si declinano in interni di uffici, studi dentistici, case, internet café, e ancora nei ‘loculi’ delle riunioni riservate, in capannoni di fabbriche abbandonate o in esterni che hanno il rumore del traffico e della sua bailamme infelice .
E nemmeno gli eventi: quasi sempre sotto traccia (come sanno esserlo gli appostamenti dissimulati, gli spionaggi di mestiere, gli incontri di eros&noia), o talmente laceranti da diventare esempi pirandelliani della banalità del male, della ‘coda del mostro’, da ricondurre alla alienazione, alla vendetta rancorosa, all’esasperazione, quella che fa sparare sul branco o addormentare per sempre mammà.
Sono le esistenze ad imporsi, piuttosto. Il senso perduto delle esistenze, ferme ad un gradino, ad un ostacolo o nodo, a qualcosa che chiude, impedisce l’uscita, perché diventa orizzonte, l’unico orizzonte possibile.
Le esistenze appaiono sussistenze, deriva di vite che scoppiano non per eccesso di pienezza, ma per le mine vaganti del quotidiano, con detonazioni spesso silenziose di malessere e disagio.
Regalano la particolarità dello sguardo, lente deformante che ingigantisce o minimizza, contorce o deforma.
Lavorano d’occhi, molti personaggi.
Alcuni guardano dall’alto, da un terrazzino o da una finestra: modellano comportamenti laterali e obliqui sulla vita altrui; altri puntano su di sé e sul mondo uno sguardo lisergico e allucinato, da leccata al dorso di un rospo: uno sguardo che stravolge e non distribuisce né favole né consolazioni, ma solo conferma solitudini ab ovo, nell’inquinamento radicale e a fittone di ogni giorno.
I personaggi di Musotto affidano allo sguardo dialoghi implosi, sfioramenti, che non trovano altro punto di contatto, o tentativi di agnizione. Ma anche gli occhi sembrano aver abdicato alla loro funzione: vedono senza riconoscere il volto riflesso nello specchio, la stanza, la donna di un pomeriggio.
Ai ‘fulmini’ che snervano l’esistenza, d’altra parte, non si può chiedere di far luce: sono contingenze, declini o ossessioni, dismissioni interiori o stanchezze folgoranti che abbagliano, spezzano e richiedono patti in deroga con il mestiere di vivere.
Chi sopravvive, resta. Alla maniera della scoria, del detrito, raccolto dalle parole, con le parole, dello stesso colore della strada.
Da leggere. Fulmineamente.
Madri
Quella cucca della modenese mica se n’era accorta.
Delle uova false e tutto quanto.
S’era trovata con il cesto in testa e punto.
Tutto era cominciato qualche giorno prima.
Non aveva beccato l’ortica, eppure segnava una malinconia ubriaca.
Si teneva da sola contro il muro. Dietro il rosmarino, dove la terra è grassa, nera, e si vela dell’umido di aprile.
Un borbottio in gola o a mezzo becco. Chioccio e rotondo come i grani del rosario.
Stava quieta e selvatica, in umor di carestia.
La Elsa l’aveva guardata bene bene e poi s’era decisa.
Quattro uova di legno. Lisce di pialla e tiepide di cenere. Nella cassetta dei cachi, con il fieno dentro. Infilate di fretta e a tradimento.
La modenese, andata a bagolare dentro il nido, l’aveva schifato come sospettosa.
Tre beccate in terra a prendere il viatico, poi un ripensamento: un saltino secco lì, sul bordo, infine a coccoloni sulle uova, gonfia e matrona. A cova. Pronta a levare le ali solo passasse il vento.
L’è giusta, l’è giusta- s’era detta la Elsa, che aveva un gran pensiero: scegliere pareva poca cosa. Invece. Stavolta toccava a lei. Di anni pochi.
Impara, le aveva detto la Celesta suamamma, ché ormai c’è da provare. Se nascono i pulcini, li vai a vendere al mercato. I miei, più quelli della Livia, ti fai la tela per il lenzuolo grande.
Eh. Facile no. Mettere a cova è come un terno al lotto. Con la tacchina s’andava sul sicuro: venti uova coperte l’anno prima. Ma già se l’era presa sua sorella.
La Elsa ragionava e ragionava.
A scegliere male, una chioccia bugiarda poteva capitare, una gallina di luna matta.
C’era da perdere uova gallate, onore e tela per l’armadio della dote.
Nel pollaio, si sa, ci son zampe nervose, specie a primavera. Storie di sdegno e di abbandono, come quella della livornese che con la grinfia ogni tanto si segnava un uovo: tacca di rabbia e di dispetto, ché quello non era il suo mestiere. Far la chioccia è quasi una chiamata.
La gallina rossa sembrava proprio giusta, col suo verso rauco ed ingozzato.
Così la Elsa era stata svelta, dopo la prova con le uova false, la chioccia in braccio alla Celesta, aveva messo giù quindici uova, nel fieno dentro la cassetta: quelle vere, con dentro la promessa.
La chioccia ferma, già pronta a cedere calore ed energia di piume. Col corach rovesciato a far da gabbia.
Non c’era stato errore.
Un solo uovo chiaro e la pazienza del conservare il caldo: un panno di lana sulla cova, quando la chioccia lasciava un poco il nido.
Poi, i giorni della schiusa: pulcini di zampette molli, come lisciati con l’albume, ad asciugarsi piano fra le piume, a prender confidenza con la luce che imbambola e stordisce.
E l’ala, angela e gelosa, ad oscurare il troppo.
Prese la strada dell’argine, la Elsa, una mattina di maggio maturo: le veroniche già tutte illuminate.
La bicicletta sghemba, per i panieri grandi. Due ceste di pigolio babele: un pestacchiare inquieto contro il vimini intrecciato. Tutti i nati del cortile a fare fitto per il suo lenzuolo.
C’era d’aver soddisfazione, come sentirsi pronte da marito.
Il mercato era nella piazza larga, coi roveri lasciati lì nel mezzo, a fare ombra.
Si mise con le ceste vicino al banco delle stoffe, giusto per far presto ed evitare il sole.
E intanto c’era modo di guardare, ché le mussole e i sangalli, i crespi e i moerri prendevano gli occhi come certe gibigiane che friggono le ciglia, eppure lo sguardo ci sembra andar da solo.
Certo eran belli anche i rotoli di tele, di vera pelle d’uovo fina fina, e di percalle lustro che a ricamarlo a intaglio viene così bene: trionfi del letto, ma la seta … Ah, la seta chiamava, oh se chiamava con quell’azzurro d’iridata piuma, un azzurro che era di famiglia, nel nome della madre, in certi lampi sbirciati nello specchio. Da farci una veste per andare a messa, col collo allacciato sulla spalla. Però.
I pulcini andarono venduti: i suoi e quelli della Livia e quelli di suamamma.
C’era di che comprare.
Ho mica resistito, confessò già pentita alla Celesta, aprendo il fagottino: la seta, azzurra, disciolta a lago sulla tavola.
La madre guardò la sua figliola, ancora così chiara, i fianchi sottili nel grembiule e quell’ombra di petto un po’ indecisa. Guardò i suoi occhi e poi anche la stoffa, senza toccarla neanche con un dito. Fu come fare un salto nel domani: un vederla con i capelli a crocchia, le gambe macchiate dai tafani e gli anni pronunciati dall’addome. A raccogliere le uova nel pollaio, i bambini a tirarle la sottana e il fuoco a chieder legna.
Poter fermare il tempo almeno in un vestito…
Stupida, le disse forte, ma solo con la bocca.
Brevissimo passaggio a primavera.
Anche la primavera forse ha i suoi pudori.
Penso oggi, sotto un cielo soffione, fra movimenti di terra delle nubi.
Una pioggia fine ed insistente: lì, a buttare tutto sul grigio, persino la peluria dei salici, che s’arriccia di mitezza mattutina.
Colore della salvia appena colta.
Che sia un velare per nascondimento?
Un diluire un eccesso di pienezza, un rigoglio di sopraffazione?
Un tirarsi indietro, rispetto alle promesse?
Prove di reticenza, credo.
Ma l’erba non ci sta e fila il suo verde come vuole, incurante dell’acqua che la pigia.
Il cielo crepita come una pagina, a nuovi guizzi d'indecisione.
Fughe
Abitava in mezzo alla campagna.
Cugina di miamamma, che la sentiva suora dentro e in armonia con gli angeli, perché suonava il piano.
Allora c’era da imparare. Il piano, dico. Ché mia mamma già pensava ai cori, io e lei a quattro mani, più i gorgheggi.
Ma.
C’era da andare al paese vecchio. In corriera. Con degli orari strani.
Bisognava aspettare la fine delle scuole.
(La corriera calda del primo pomeriggio, con l’odore di grasso del motore e di cane mal asciugato al sole. La morgana d’acqua sulla strada. Io da sola, biglietto in mano: scendere alla fermata giusta, musica da bambina sotto il braccio)
No, che non volevo andare: la maestrona era di fiato corto, con la faccia un poco molle e quei pallori sfatti di gonfiore e di perline.
Sudava, sudava tanto: una luna scura sotto l’ascella, camicette impiccate al collo, di cotonina chiara..
La corriera si fermò sullo stradone bianco: c’era un po’ da camminare, per andare oltre il cimitero.
- Cosa fai qui, disse il custode vecchio, ch’era parente.
- In corriera. A salutare il nonno, e indicai la tomba grigia con il dito.
Un pomeriggio fra marmi e capitelli. Senza paura. A leggere scritte e fotografie, solo col disagio, al fondo, di una bugia a metà.
Poi le viole corvine, quelle piccole e tardive che non sono di nessuno. E le bocche di leone gialle, nelle crepe dei muri di cappella.
Colte e disposte qua e là, per inventare storie d'amore fra nomi belli e lontani, a sposarli fra loro e fare su famiglie, con gli angeli custodi.
Per tutti lo stesso fiore.
Un pomeriggio passato a rassettare ghiaie, insieme al vecchio Sesto. A ripassare d’argento fregi e catenelle. Con il pennellino.
Miamamma non poté sgridarmi: ritrovata viva lì, in un posto di quiete e di silenzi.
Lì, che mai poteva accadere di cattivo?
Ghiaccio
Faceva così caldo che le mosche parevano più grosse, contro la rete fitta della finestrina.
Come in attesa. Le ali a bilanciere.
Se ne stavano lì, a poppare l’aria, lontane dalla pelle del latte, che è di crema.
Il latte della sera prima, pigro e fermo nella vasca di zinco: nella notte, quieto, a spurgare panna.
Aspettando mattina.
La Dina si guardava quel suo bianco fitto che già grinzava un po’, nella stanza vicino alle caldaie, il pavimento umido di acqua.
C’era da scremare, e subito. E fare burro, per non perdere quel giro. Un giro di panna buona, di una vasca intera.
Ma il ghiaccio dove stava? Per fare burro ci voleva il ghiaccio e subito.
A sapere dove se n’era andato quel senza parola di Ghelfo del carretto…
Martedì mattina, ‘na stecca intera, aveva detto.
Seee. Andato sulla ghiaia di Po, quel cristo, a mungere i tacchini.
Maledette le tessere e il confino. Da sola col casello e coi ragazzi. E le mosche e la panna e il caldo agro.
Ci vado io, con la bicicletta e un sacco. Il figlio di mezzo era piccolino e con quella testa così rasata corta sembrava ancor più magro e scuro.
Ma se hai pianto sul letamaio, fino a ieri, rise sua madre.
(Faccenda di capelli, tagliati a tradimento, e quotidiane lacrime nascoste, sul luogo dello scalpo)
Ormai era detta e bisognava fare. Che d’orgoglio si vive e poi ne avanza.
Il Gi partì tronfio come un gallo spennacchiato sulla bici grande del padre, i pedali alzati con due legni, legati stretti con lo spago.
La giasera era nel paese altro e bisognava tagliar via per la campagna, se si voleva il presto.
L’andata fu tutta d’orgoglio e decisione, con prove di buchi e d’equilibrio, le mani staccate dal manubrio quasi scottasse al pari di un’offesa.
La moglie di Ghelfo del carretto inveì contro il suo uomo, che diceva le cose e poi non le faceva, e involtò la stecca nel sacco ben doppiato.
Un pane freddo freddo. Pesante fino a maneggiarlo in due.
Hai da star piegato, così va un po’ sulla spalla e un poco sul manubrio, la donna gli disse, già dubbiosa.
Il Gi partì meno sgarzullo, tutto tirato avanti, la faccia spalmata contro il ghiaccio.
Posso neanche girare la testa - ragionava - che se non vedo il fosso…
E gli veniva da ridere, potendo, a pensarsi nella pavarina, lui e il ghiaccio, con le rane fredde, intirizzite.
Meglio pedalare a testa bassa e non ascoltare la fatica.
Ma.
Il ghiaccio già stava a trasudare: la juta più di tanto non poteva. Un serpentino frigido e sottile, a leccargli il collo e la schiena.
Così provò a fischiare, ma la guancia dov’era mai finita? Non c’era più.
Cedere adesso, no, non si poteva. Un chilometro ancora, forse.
Magari fermarsi un attimo, però, sotto quel pruno, per ritrovare la guancia e metterla in motore con una susina gialla. E poi sdraiarsi un poco poco al sole, per sgelare la spalla.
Il ghiaccio ben coperto all’ombra della pianta.
La madre arrivava a piedi, con una frasca di sanguinello in mano: due passate di salice al bisogno. Sulle gambe nude, in caso.
Lo trovò addormentato, col ghiaccio squagliato per metà: la trama della juta impressa sulla faccia magra.
Neanche lo svegliò.
Fece con quel che c’era. Il ghiaccio già smollato nella zangola, a caracollare con quel fsssc fsssc disciolto.
Contro le doghe. Contro le sue spalle.
Aprì lo sportellino quando il rumore fu d’acqua sbattuta: prese la pasta spumosa e se la tenne in mano.
Tante goccioline a fare fitto sul burro fresco.
A pians anca al buter, si disse.
29 (Piccolo promemoria di una smemorata)
Il 29 incombe con la sua malferma temporalità.
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