.....ella
25 aprile
319
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*loading* amici
Non so quale sia l’ora
Non so quale sia l’ora. Nel giorno.
So che accade.
Forse verso sera.
Il sigillarsi del caldo nelle cose.
Un insinuarsi denso e senza uscite.
Un rimanere di lenta persistenza.
La storia di tutta la giornata colata nella pietra del gradino, nei pori del disegno zigrinato.
La storia di tutta giornata sudata dentro il muro. E non basta la lavanda a fingere frescura.
Le cose tengono, del caldo, le diverse ore.
Il fiato di cucina e pomodoro (l’acqua che bolle versata nel lavello, ad inseguire una sua frigidità), fra soffi di vapore, a mezzogiorno.
Il sacco devastato del primo pomeriggio: alberi muti a mangiarsi l’ombra, calura a picco, come la maledizione.
L’asta fra cielo e terra delle cinque: odore di polvere all’urina, che la strada offre alla sera, un po’ paganamente.
Il caldo nella vena delle cose. Gonfio.
Questo pensavo ieri sera, seduta sulla scala di un cortile: intorno i canti di una chiesa metodista, a stonare un poco di alleluja. Dalla porta le voci degli amici, a interrogarsi sugli sportivi massimi sistemi. Il cyssus appena suicidato. Un libro che dice di dolore.
Sotto i piedi tutto il caldo di Milano, un gatto spugnoso di cemento.
…
L’ala è un remo che naviga il cielo
il vuoto è morso che tinge la bocca
scoccando l’ora delle affilate lune
i nomi degli astri splendono muti
o vela sanguinante della carne o
gelo di cometa o abissale meta.
Alberto Cappi (Il modello del mondo)
Un saluto e un abbraccio silenzioso per l’amico che parte, lasciandoci l’arca/arnia della sua poesia.
Il bambino delle lumache
I giochi venivano dall’orto, dai cespi d’ insalata.
O dal bosco che s’infittiva, lì vicino, di muschi e di mirtilli.
Non erano giocattoli: i giocattoli sono solo cose.
I giochi, invece, erano pensieri: brevi giri dell’estro e di un’occhiata.
Balzi e sobbalzi di pura fantasia.
Guizzi di storie, anche, e di colori: la gibigiana sul dorso di una trota, l’impennarsi nervoso di una zampa o le parole dell’acqua fra le pietre. Parole di salti e piroette.
I giochi erano i codirossi a primavera, con quel tremito strisciato lungo il corpo, fino alla coda e al suo ciuffo arancio: piccoli codirossi cacciatori, richiamati a briciole e ad insetti.
Arrivavano incerti di mattina, con un grido filato sottovoce, forse timidi per la notte appena chiusa.
Il bambino giocava a farli avvicinare con scie di camole e di grilli (o certi bruchi molli in fila indiana), intorno al tronco cavo del vecchio bagolaro: giusto per guardarli da vicino e un poco convincerli a nidiare.
I giochi erano i pesci rubati dal paniere, quando un palpito di branchia faceva pur sperare nell’ alzati e cammina: resurrezioni domestiche a comando.
Il bambino immergeva il pesce nella vasca, a prendere piano vita e acqua: lo guidava sicuro con la mano, con gesti già visti di burattinaio.
I giochi erano chiocciole d’intrecciata bava, storie ricostruite sopra i sassi, lasciti lunari di notturni amori, che incartavano di nastri il selciato.
E scommesse fra basilico e lattuga: quale, nell’orto, la foglia preferita?
Il bambino cercava le mangiate di radula gentile, per scovare le chiocciole a ventosa sul dorso delle foglie: belle le onde viscide del piede che in aria si muoveva, rattrappendosi per la separazione. Una schiuma di bava friggitosa.
Anche il capo spariva dentro il guscio.
Allora c’era da cantare in aria la canzone per chiedere alla chiocciola di uscire.
C’era da tentare le sue antenne con un filo lungo lungo di acetosa.
Così il tempo passava a traguardare, in mezzo a minime esistenze, che si lasciavano docili vestire dagli occhi curiosi dei bambini.
La vita pareva tutta esposta.
In un giorno dell’inverno ormai avviato, guarda, disse il nonno, e rovesciò sul pavimento di cucina odore di freddo e di terra addormentata. E un rumore, come di secchezza.
Da un sacchetto rotolarono gusci ciechi di lumaca.
Il bambino ne prese uno e lo sentì leggero, con l’ingresso impedito: un tappo candido a far da pelle e scudo, un tappo di bava disseccata, che non cedeva a toccarlo con un dito.
Bastava un bastoncino.
Trovò la chiocciola in riposo, raggrumata e sola dentro al buio.
Una sensazione che non era gioco.
Disagio, forse.
Quasi per essere entrato in un sonno bianco, in una stanza con la tenda chiusa, dove la vita sta gomitolata, in attesa del caldo che la gonfi.
Un sonno che non vuole altro, solo il silenzio e la dimenticanza.
Come certe malattie che si preparano a un incontro: moneta lanciata in aria, ferma talvolta al bordo.
(dedicato a M. e a E., che vorrei aver conosciuto anche da bambini)
Indolenza
Da una domenica all’altra il tempo mi sembra un lungo respiro trattenuto.
Il settimo giorno si scioglie, piano piano.
Per questo, nella mia costellazione, ‘indolenza’ è parola della festa: è lenta ed in discesa, contiene un poco di pigrizia, un minimo segnale di abbandono, che sfuma in trascuratezza saggia: sapere che il foglio scivolato chissà come (nella fessura più ostica da aprire) può anche restare in quel suo nido. Un altro po’.
E’ come pennellarsi attorno uno strato di gomma sottile e avvertire le cose da lontano.
Gli urti si fanno più gentili e lo scatto vitale arriva ammorbidito: quando te ne accorgi, è già passato e allora lo saluti con la mano.
Tanto poi ritorna.
A volte si ha bisogno di indolenza per fermarsi e per ascoltare: docile accoglienza del senso delle cose, fiducia che ci sia del tempo per capire, per trovare varco e pausa.
Piccoli lussi per entronauti casalinghi, che non escono dal bordo del tappeto…
Per ora si tiene ferma pure la speranza che, di suo, è tanto faticosa: ama progetti e proiezioni, viaggi di lungo corso.
Domani tornerà al lavoro: si schiude il lunedì, questo uovo di araba fenice, dopo un giorno di cova.
Buona domenica.
Qui da noi succede
Qui da noi succede che i tramonti prestino all’acqua qualche cosa.
Una polpa di fragola matura.
Un lucido vivo di ciliegia.
Un guizzo di perla (o di stagnola), forse uscito dal nido di una gazza.
Stasera è tutto una pace senza crespo: quella del vento che si tace, dopo avere impazzato e rivoltato.
Il cielo ritrova il suo limpore, prima di chiudere la luce.
E i pioppi sono una linea più scura.
Se ne va, il fiume, come conciliato.
Largo e compatto, accoglie questi doni.
Solo si apre con lieve fenditura all’isola che affiora per cespugli.
Un verso acido di rana accompagna il vetro dell’acqua che si segna: piccole virgole a margine di arbusti, zampe di consonanti a fior di pelle.
Se ne va, il fiume.
Si tiene anche le voci.
Come noi.
Si torna a casa zitti, perché niente vada perso, in espansione.
Nidi
Sono tornati i dialoghi dei merli.
Li sento alle spalle, intenti in lunghi conversari.
Riconosco la voce del mattino, che ci sveglia con piglio impenitente, supplente almeno più gradito dei gorgogli di tortore a singhiozzo.
Ma ora, ora c’è tutto un modulare che sa di protezione: un uscire e un tornare dentro il nido, garbuglio di fili piumati e di cortecce, che indovino fra la madresilvia.
(Fiorita, con l’odore buono del sole, scioglie al tramonto un sentore che ricorda la vaniglia)
Mi viene da pensare che i nidi già spariscono, nel breve.
Non si vedono più, velati dalle foglie.
C’è una quercia, fuori dal paese.
Coi rami che si aprono, globosi, gonfi degli umori del caldo che trattiene.
Verde e piena.
Nel freddo di febbraio, tutta disossata, pareva un condominio di cornacchie, di gazze e di ghiandaie (ché gli scriccioli cercano le siepi).
Nidi di coppe e di altarini, alcuni aperti e come traboccanti, altri protetti da cupole di creste, gelosi ed introversi: sospesi come cuori, all’incrocio di rami e di destini.
Hanno questo modo gli alberi, d’inverno, per svelare interamente il loro amore.
Nei giorni lunghi, invece, chiamano a segreti di schiuse e nutrizioni, con promesse di ombra e di frescura.
Tornano al chiuso, i nidi: fuori restano i voli.
Come certi dolori che camminano all’indietro per trovare uno slargo silenzioso: qualcosa nascerà, di buono. All’esterno lasciano, intanto, l’ostaggio di un sorriso, appena più pensoso.
1° maggio
Sarà che spesso ci svegliava il sole e, se questo non bastava, era la voce che arrivava grossa, col tono un po’ da chiesa contadina. La voce che diceva ‘E’ il primo maggio, la festa dei lavoratori’.
Sarà che ci si alzava svelti, per vedere cos’altro succedeva, dietro la Topolino verde prestata dall’Ivano, per annunciare che il comizio c’era.
Sarà che si restava presi, poi, dal caffellatte, da mangiare in fretta con il pane, così buono spezzato sul tagliere, dai colpi secchi della Dina mianonna.
Sarà che la festa era già tutta nell’odore: la gallina gonfia a sobbollire, la pancia piena di tritura. Certi ovini caldi (quanta ricchezza implosa) già pronti nel piattino per la mano più veloce, col sale per seconda pelle. E le scarpe, le scarpe col nero ad asciugare sui gradini, prima che il nonno le tirasse a straccio: rito d’antica, familiare tradizione, che voleva le donne risparmiate e gli uomini fieri di tanta gentilezza brillantata.
Sarà che gli uomini di casa legavano la cravatta rossa e ci tenevano per mano, fino al carretto portato nella piazza: bandiere e biciclette poggiate agli archi del palazzo, fra parole che non capivo bene, tutte stese davanti al municipio, sedute al caffè coi tavolini, poi alte alte sul vociare da mercato.
Il comizio finiva: allora mio padre metteva me (e la mia timidezza di vergogna) lassù, in alto, perché ci fosse un bacio all’oratore.
Sarà che si tornava con un nastrino al petto.
Sarà che mianonna, appena a casa, requisiva i garofani residui per cercarne i getti e piantarli nel giardino.
Sarà che i getti si chiamavano ‘cursin’, di esse dolce: piccoli cuori, come tutto ciò che la Dina maneggiava,… ma è proprio il cuore che mi manca, oggi, il cuore dei gesti e delle cose.
Quello che si trovava anche su un carretto, quando si era semplici e bambini.
La bambina della matta
Si cominciava a vedere dalla strada se qualcosa di strano era accaduto.
Potevano essere le finestre aperte.
E la musica alta che usciva come schiuma, dietro un tappo di colpo imbizzarrito: di quella pira l’orrendo fuoco, straniero fra le ortensie e i bossi.
Potevano esser le lenzuola, anche.
Tutte quelle dell’armadio, buttate a spenzolare dalle finestre in alto e a gonfiarsi in cartocci, una sopra l’altra.
Confidenza non voluta di un dentro rivoltato: sfilacci e grovigli di un guanto rovesciato.
E le porte.
Le porte che sbattevano con tonfi di vento o di caverna.
Il senso metallico del legno quando incontra un muro che resiste.
La bambina capiva a metà viale, quando tornava dalla scuola, e sogguardava allora la compagna: si sarebbe accorta di qualcosa? avrebbe chiesto che inferno succedeva?
Bisognava cercare di parlare e prendere gli occhi con qualcosa: col gatto che passava per la strada, col merlo poggiato sopra il pruno. Poi salutare in fretta, senza nessun indugio sul cancello, magari dire come niente oggi c’è un poco di allegria, con le mani fredde dalle punte.
Accadeva talvolta a primavera.
Giornate elettriche, senza sfoghi di lampi e di scintille, in cielo.
Una volta sola nell’estate.
(La madre uscita di bassora nel cortile. Tutti i fiori strappati. La passiflora, specie, che era così bella, avviticchiata sulla siepe: tanti occhi di fiori bianchi e viola.
Non guardatemi non guardatemi, urlava la sua mamma e staccava quei fiori con la rabbia e li pestava sulla terra dura)
La bambina sapeva come fare, quando il furgone di suo padre no, non c’era.
Meglio non entrare.
Meglio aspettarlo dai conigli, nel rustico appena dietro casa, quello vicino alla legnaia, con le gabbie e l’erba nella cesta, la finestra in alto, piccolina: le foglie del fico a far da tenda.
Meglio chiamare la bestiola grassa, nascosta al fondo della gabbia, tentarla con un filo di saggina, lungo lungo, sulle orecchie che hanno carne rosa.
Restare faccia a faccia per prenderla da specchio.
Giocare a farle il muso di coniglia, le guance tenute con i denti, la bocca che si succhia dal di dentro e si muove si muove, quasi dovesse pigolare… Finchè non le veniva da ridere nel naso.
Allora carezzava la coniglia, bianca e calda, la mano infilata nella rete, e le pareva di sentirne il cuore veloce di paura.
In casa la musica, le porte, i passi intanto morivano pian piano e si alzava dalle fondamenta un lamento, un pianto disperato, preghiera e poi maledizione, nenia di morte e rosario di vergini e madonne.
Il furgone del padre si fermava secco: l’uomo scendeva e la cercava fra le gabbie.
E’ come un temporale, poi passa e non succede niente, trovava il modo di dirle sottovoce.
Poi entravano in casa: non c’erano parole.
La madre piangeva adesso silenziosa, rannicchiata vicino alla poltrona.
Il padre guardava la bambina e le faceva un cenno.
La bambina restava un poco dura, stanca quasi venisse da lontano, ma finiva con l’andar vicino e prenderle una mano. Stupiva nel trovarla calda e vera. La stringeva e solo la sentiva umida tremare, di scatti e di salti irregolari. Come un cuore buio di coniglia.
Riti (divagazioni del presente)
C’era il sole, oggi, e un respiro di vento, il primo a suggerire semine e trapianti.
Ho interrato un bulbo di giacinto, piano, per non sciupare le radici sottili e molli: quasi una peluria.
Sono vitali i filamenti che chiedono la terra: hanno il colore del latte e dell’infanzia.
Piace metterli a dimora e pensare che si srotoleranno, al chiuso.
Sempre, piantare un bulbo è ricordare la storia dei tre luoghi, di Liscano:
quello della “luce che vola” e s’abbaglia nell’altezza delle cime;
quello del cielo buio, al fondo, cavo-pieno di vene e fenditure;
quello della “terra degli uomini”, verde di grano o capelvenere, pelle di confine.
Basta sbucciare la pelle per trovare l’altrove, succhiarne il soffio e aspirare alle cime.
Il bulbo comincia a camminare, ora…
Ciclici ritorni.
Onda di acqua dolce
portò una pianta
fino alla riva
Sulla riva
la pianta gravida
originò un germoglio
il germoglio ripeté la pianta
sulla riva
Una pianta portata
dall'acqua dolce
seccò
senza germogliare
La pioggia trascinò i suoi resti
fino all'acqua dolce
che alzò un'onda
gravida di una pianta
gravida di un germoglio
sulla riva...
(J.Liscano)
In questi giorni
In questi giorni d’inverno gocciolante, in questo limbo di stagione che non è (sciocche avvisaglie disattese), il tempo cammina così piano, la mattina.
Pare che niente voglia nascere, solo restare nell’indistinto gioco dei biancori: fiato, nebbia d’organza, fumo che si sgonfia a ogni voluta.
La pianura è tutta terra bassa, ora; è Zemrude di sotto: erba di carta straccia, sfilacciata a stoppa.
E il freddo grava con voce di cornacchia, fermo nella riga scura dei muri.
O si graffia nelle maglie della siepe, nera in memoria bagnata della notte: condensa di ferro vecchio a rete.
Fa specie che l’airone, da sempre inchiodato bordo fosso, s’avventuri nell’acqua del canale, le zampe a squadra e il becco a pungiglione. Atermica sfida della fame.
Dall’altra parte della strada, un cane respira con la casa, nello spigolo fra facciata e stalla, dove un tempo cresceva un rosmarino.
Sta cercando il caldo di quei muri, quasi assorbito fra le macchie.
Potendo, anch’io mi scioglierei così, nella carezza pigra di un cortile.
La bambina dello spirù
La porta era già socchiusa, ché la luce avesse da arrivare non dritta e presuntuosa, ma corretta dalla sbiecatura.
Dimmelo ancora, disse la bambina.
Non le bastava l’orma delle braci, capace d’indugiare sul lenzuolo: un caldo di legno e di camino.
Allora la madre tornò indietro, per sedersi a bordo letto e carezzarle la mano.
Manina bella manina, cos’ hai mangiato stamattina?
La bambina si gustava il solletico che sarebbe arrivato di lì a poco. In punta di unghia. Sul palmo.
Polenta e grassiiina, grata grata furmaiiina.
La bambina ritirò la mano con la risata arricciata in gola, da non poter resistere un attimo di più.
Poi girò il fianco, a prendersi il lenzuolo addosso.
E il respiro, che si scioglieva piano, veniva ormai dal sonno e dal tepore, lungo.
La svegliò il silenzio, quello fermo e compatto della notte fonda, quando la civetta non sfrangia più le ore e nella strada non gira il grido della luna.
Fu come sentirsi il buio tutto addosso, un’ala pesante, densa di nerume: le gambe di ferro, lente da spostare, e in bocca il sapore un po’ di terra secca.
Neanche una spera d’arancione, la porta chiusa per colpa di chi mai.
Le venne da chiamare forte e farsi prender su, ma il buio le grattava in gola e la voce non voleva più arrivare, chiusa in un guscio chissà dove.
Allora invitò il suo braccio, da sotto la coperta.
C’era da toccare tutti i tasti neri, per suonare l’aria con le dita.
Per scantare le gambe, che parevano lontane, nei paesi più freddi di quel letto.
Strano trovarlo morbido, il buio.
E tiepido, e senza ragnatele.
Un buio d’acqua: quella dell’estate, scaldata al sole dentro la mastella, con lo zinco che diventava argento.
C’era da farsi legno o scaglia di sapone o palla di neve del viburno, e galleggiare lenta.
O forse formica avventurosa, lungo i bordi di metallo caldo.
Bella, la confidenza con il buio d’acqua, tutto tentato con le mani, tutto suonato con le mani…
Così la musica arrivò, di squilli e fisarmoniche, con le parole piene di sonagli…
Arrivò su coda di scoiattolo, con valzer ballerino.
Allo spirù risposero le gambe.
E i fianchi si mossero nel letto, finchè il lenzuolo fu tutto un ingarbuglio.
Un po’ su Un po’ giù.
Che bello fare lo spirù
Adesso si poteva anche cantare, perché la voce si trovava bene nel buio acceso di trilli e piroette.
Si mise a ridere da sola, poi lasciò che il sonno spegnesse tutti i passi, tutti i suoni.
Ad uno ad ù.
(dedicato ad Anna dello spirù, con affetto)
Cine
Si andava il martedì, al Verdi: doppia visione.
Prima, o un drammone d’amore o un filmino alla doris day, roba di sentimenti, insomma, e, poi, al secondo turno, l’azione: o un film di guerra o un western o un mitologico pieno di sansoni.
Si andava, comparto femminile di casa, sdegnosamente assente il nonno: amava solo ernest borgnine o e.g.robinson (perché avevano la faccia da bulldog) e se ne restava in salotto col bambino piccolo: con noi l’unica compagnia maschile del Bigio, il gatto grigio, che prendeva la scorciatoia della ferrovia, quella della stazione porto, e ci aspettava davanti al cinema.
Il Verdi era un teatrone senza gloria e senza bellezza, senza boria e senza finezza.
D’estate si sfiatava nell’estivo, sul retro: un giardino con le sedie ballerine piantate davanti al muro bianco. Il proiettore, disposto nel camerino delle gazzose, fra le mastelle piene di ghiaccio, lo animava di vita propria, con figure incrinate da rughe di crepe.
Le parole svaporavano, facendo il giro del giardino, passavano per le bocche dei portoghesi, affacciati alle finestre delle case intorno, e ritornavano sulla platea, che non stava mai zitta di suo.
A settembre il Verdi ritornava in casa.
A noi piaceva andare al cinema nelle prime sere fresche, quando si usciva col golfino, e si entrava nel tepore del teatro, senza preoccupazioni sulla durata: tanto le scuole mica erano cominciate e la Diana aveva già dato i suoi esami. Pure quelli senza gloria e senza bellezza, senza infamia e senza lode, predicava mianonna, che usava i “senza” per spiegare ogni cosa, in un mondo raccontato per continue sottrazioni.
Mianonna camminava lenta, sottobraccio alle nuore, a cui non pareva vero di uscire la sera.
Dietro, io e la Diana.
La Diana tutta garrula, perché sicuramente avrebbe visto i suoi belli, qualche fila più sotto. Io con la sensazione che qualcosa doveva pure accadere.
“E tu ce li hai i morosi?” - mi chiedeva piano, miacugina.
Certo che li avevo, solo non avevo ancora capito che “moroso” è una parola reciproca e non richiede solo un’andata, ma anche il ritorno.
Piena di morosi a una sola andata, ero.
Alla Diana, niente, non dicevo proprio niente. Però ridevo, perché era più semplice ridere, in quel tratto breve fra la casa e il Verdi, coi pensieri già al cine doppio, alla gente, alla disposizione dei posti, ai beni di conforto.
Sì, perché non si dà cine senza beni di conforto.
All’ingresso del cine stavano i due baluardi dei beni di conforto, a cui si riservavano le monete della settimana: uno piccolo e uno grande, uno chiacchierone l’altro muto, uno compagno l’altro democristiano, uno a sinistra del Verdi l’altro a destra, uno venditore di brustoline secche e d’un sapore di legno bruciato e l’altro venditore di ceci lessi, tristemente pallidi, spesso freddini e un poco umido-collosi in superficie.
Per motivi politico-gustativi si optava per le brustoline, con qualche ripensamento, qualche vacillamento di fede, quando le si trovava così salate, ma così salate: piccoli semi di zucca incrostati di cristalli, tiepidi tiepidi, che - e fu scoperta poco digeribile - covavano sempre al caldo, nell’ultimo sportellino in basso della cucina economica, in cartocci di carta da giornale, assieme alle pantofole.
Con le tasche piene di brustoline, ogni film, col sottofondo di un sommesso crocchiare anti-chiacchiera, diventava bellissimo, anche se il cinemascope usciva dallo schermo e si imprimeva su mattoni larghi .
Era bello vedere i baci, sbiecando di sottecchi miamamma per sapere se mi osservava mentre li guardavo, era bello ascoltare le parole d’amore, mentre le donne di casa tiravano su col naso, era bello sentire il calore della sala che pareva una carezza col sospiro.
Si usciva un po’ intorpidite, strette, così ci si faceva tepore, a chiacchierare fitto di nomi storpiati e costellati di “ et vist..”
La Diana era muta, persa in chissà quali sogni.
Il Bigio andava avanti e indietro, a intrappolarsi fra le gambe.
Io mi passavo un dito sulle labbra….Un bacio avrebbe fatto quell’effetto lì ?
Forse, chissà, sotto la luna.
MELE ROSSE
Se ad una raccolta di versi si affida un grano di poetica, una domanda, un modo di avvertirsi e di vedere, una prova di voce e di parola, credo che MELE ROSSE sia un contenitore denso di sensi, di rotte e di suoni, battello prezioso che approda ai Feaci in un passaggio dalla carta (Kepos edizioni, Roma 2004) al web.
Sulla soglia del titolo, Luigi Manzi (poeta che da sempre interpella la funzione vitale della scrittura, “il più bravo fra noi”, dice Elia Malagò, alludendo ai giovani di Quinta Generazione), invita alla sua poesia sul filo di una suggestione cromatica e corposa, quasi a rincorrere dei frutti rotolanti, scivolati dalle pagine di una delle sue prime opere:
Una donna solitaria sale sopra l’erta / col suo cesto di mele in cima al capo. (da Malusanza, Una strana luce)
Sono mele-versi che, nelle interne sezioni della raccolta, scendono da Colline e Alture, forse da Astri; conoscono i Fuorivia, fra l’Afa e il Salto, fra pause e scarti, fra guizzi e ombre, prima di giungere In vista del mare.
E non si tratta di un viaggio di superficie.
La poesia, fedele alla fibra/ erratica del cuore, è un andare a sentire e a toccare, un lasciarsi calare nelle cose, che diventano stazioni di sosta e di osservazione:
Percorro la linea, mi fermo / in ciascun nodo, finchè trovo / lo spiraglio.
E’ un sondare tutte le direzioni, tutte le intermittenze del buio e della luce (Scrivo del sereno e del notturno), cogliendole dall’esterno e ascoltandole dall’interno, sulla muriccia dell’io profondo:
...Ascolto dal centro / e, lungo il sentiero, punto dopo punto, / discendo facile e leggero.
In questo percorso, la poesia guadagna un’aderenza etica alla vita e ne diviene intelligenza: capace di intus-legere e di inter-legere, ne è conoscenza affidata a sensi lunghi e ne è coscienza, mai esonerata dalla ricerca.
Si fa poesia che accoglie le domande e che ha la forza vitale di formulare, anche solo per montaliane categorie negative, risposte, schegge di verità a ‘bassissima definizione’:
Dunque tu dammi una ragione / per restare sopra questa / terra lunare di massi / e di tufi, calva ovunque. / Forse mi conforta l’ombra / disseccata che getto: / non sono nebbia né nuvola.
Si tratta di brevi rivelazioni che sono le cose a liberare, al buio o quando/sono meno illuminate.
Sono spesso lampi, balzi argentini di lepre, che deformano la percezione del reale o danno sgomento, come quando, sul nero precipizio /restiamo per un attimo sospesi, / scampati alla furia.
O come quando, ancora, dalla sommità di un ponte che si apre, l’incauto guarda verso il basso sospeso al suo istante. E, in questo sguardo incerto e inquieto, diviene la figurazione metaforica di chi, solo per poco,/ tocca nel fondo/ la verità che emerge.
Sono contatti di conoscenza che sovvertono la logica successione degli eventi: capovolgono e lasciano capovolti, sospingono sul terreno e nello sguardo della donnola persa e sbigottita nel blu dei fari.
Consentono il salto da una dimensione all’altra: la corsa a perdifiato / dal chiuso all’infinito, sollecitata, nell’acquario del dormiveglia, da un fruscio di stoffa, da una porta appena disfiorata.
Sono attimi: quelli del destarsi in un tempo estraneo o dell’assistere all’eclissi, momenti in cui, con un soffio brevissimo, un tempo primordiale/ versa il buio nelle ossa e mineralizza l’osservatore.
Piace pensare che questi lampi (o ‘crepure’ o momentanee disgiunzioni dell’assetto formale del reale) siano il regalo di una poesia capace di artigliare la schiena / irremovibile del mondo.
L’artiglio non lascia solo traccia o segno: penetra e cava sangue, interrompe, apre e scompone.
Se il mondo è irremovibile nell’ordine intrinseco e necessario delle cose (poiché ogni cosa ha un luogo proprio, / un trono), la poesia ne incide profondamente la configurazione: lo restituisce mosso e brulicante di figure e di gesti, di colori e di presenze, reali e simboliche, come a disaggregare, nella apparente compattezza di un tessuto, la singolarità delle fibre e dei movimenti che lo producono.
Ogni aspetto (umano o animale, vegetale o atmosferico), ogni età si accende, pulsa e fiorisce, nella brevità di linee d’azione che operano fianco a fianco, nel lavoro e nelle anse del paesaggio: e così, se gli operai dilavano marmi, / piantano aste per lampade nuove, / si muovono come funamboli, il sauro trotta, facendo sobbalzare le limpide sfere dei meloni, le donne si affacciano, i ragazzi corrono e si tuffano e sguazzano nell’acqua, le tortore gorgogliano, le lepri cercano la fuga, la lucertola squama e un ginepro si scuoia, mentre una voce offre / pesche sanguinose e albicocche.
Verrebbe voglia di censire queste presenze, catalogarle in bestiari e in verdi erbari, in elenchi di gesti, di sfumature e di sonorità.
Sembrano tutte scie centrifughe, ma in realtà riconducono ad uno sguardo che coglie e accompagna, quello di un io poeta (di carne sui bordi/e dentro vegetale) che, dislocato in punti diversi dello spazio, osserva, disegna, col dito intinto nel cielo, annusa, assapora e dalla confidenza con la natura ricava la lezione del tempo (dal fiore vorrò conoscere il futuro) e del declino : benedetto è il declivio/ dove la forza degrada più lenta / e con grazia. / Tale è la legge scritta nel cuore/ di ciascun fiore e frutto.
La restituzione è in forma di notizia, di parola data, ospite d’infiniti transiti di significato eppure esatta; parola che perde l’opacità dell’uso per dare identità e si affida al nome perché il nome ha la forza etica della distinzione: insegna a riconoscere, a fermare un referente annidandosi anche nel grembo mobile del verbo, fra colli che s’ingigliano e gru che vanno aquilonando.
Nel saliscendi di tortore
sopra i gravi piloni del fiume
fluttua il pallone verde,
sciolto dal polso del bimbo.
Lancia verticale il berretto
il marinaio sul molo,
ma neppure lo sfiora
tanto è salito nell'aria:
è già un acino, un punto.
Poi più nulla oltre il dito
dell'uomo, intinto nel cielo,
e il volto oscuro del bimbo
a braccia larghe.
(Luigi Manzi)
La Palmira
S’era sentita un colpo dentro.
Quando il cuore frana e poi pare poggiare sulla gomma.
Su e giù, a stringersi e a slargarsi come gli storni in volo.
Il podere verso la Contotta non ha più mezzadro, aveva detto il figlio grande. Se sposo, lo mando avanti io.
Certo che sposava.
Per esserci, la moglie c’era. Pronta già da un pezzo: bastava solo dire il giorno, anche a un’ora bassa, e la ragazza ci veniva sì, in chiesa, e senza tante storie.
La Palmira fece segno di niente e continuò a rompere le cime dei cornetti, come se il mondo, tutto il mondo, stesse nel cavo della gonna, fra le sue ginocchia.
Due colpi netti.
E nell’aria galleggiava quel rumore verde e secco. Senza cambiare nulla.
Il figlio così se ne era andato, nei giorni giusti del San Martino.
Anche l’altro, un anno dopo, a tenere la stalla delle Stoffe.
A fare i figli tardi, non li si vorrebbe più lasciare andare.
Uguale, la Palmira muoveva i materassi a settimana, nella stanza vuota dei ragazzi, perché la piuma non diventasse trista.
E le veniva da cercare i pantaloni da ripiegare bene e le giacche da riporre nell’armadio.
(Le tasche rovesciate e scosse, per togliere il tabacco, ché sennò le cuciture.)
Come, tanti anni prima, aveva imparato con la sua bambina: la stanza sempre rassettata, anche se non c’era più. Il pettine in linea con lo specchio, i mobili tirati con il panno, le lenzuola rinfrescate a primavera.
Perché le cose tengono.
E li mostrano, i segni della cura.
Restano lì, se non le cacci via.
A fare una quieta compagnia.
Eppure, in certe giornate dell’inverno lungo, la Palmira non sapeva darsi una ragione.
L’ombra, che arrivava nel cortile, entrava per la serratura e le passava diritta dentro il petto: allora la voce del fuoco si abbassava, gli odori restavano aldilà del muro.
Che ne sapeva il vecchio… Il vecchio se ne stava fuori: le carte, il vino, i conti sul libretto.
Ma lei.
Ogni gesto perdeva la misura. Il mangiare cucinato a mezzogiorno serviva anche la sera e il tempo aveva poca susta, fatto di lana da una maglia sfatta.
Allora lo chiese a suo marito, che l’ascoltò, incerto fra il ridere e lo sbattere la porta.
Voleva un torre. Una torre, come quella dei piccioni.
Una stanza piccolina sopra il tetto o un comignolo grande.
Che ci stesse una sedia.
Per guardare la sera le case dei suoi figli, da lontano: là dove c’era il lampione dell’incrocio, là dove il caseificio non spegneva il faro, là dove il buio sembrava un po’ più chiaro.
1
Svegliata col bianco.
Desiderio di vedere.
La strada che porta alla Rodiana è un album tutto da scrivere.
Fra un po’ le auto sporcheranno anche qui, così come i giorni incrineranno la speranza racchiusa nell’incipit.
Ma, intanto, ci si gode questa luce, alla maniera dei piccioni allineati sul filo della Bonifica.
E si attende il nuovo.
Buon anno.
Primo canto della neve
quando venne la neve
la neve portò bianchi glicini
e dolci tortore di farina
quando venne la brina
anima candida luce di luna
quando candì il giorno intorno
e l’oro si fece solo sole
quando la notte si annodò
e nodo e nido furono uno
quando il violino suonò le note
della terra bruna e del mare
quando ritmando e poetando
siamo tornati ad amare
(Alberto Cappi)
Gonzaga, ancora
Appuntavo le cose a fogli immaginari, ieri mattina.
In automobile, mi si lasciava guardare o pensare. Senza obbligo di parola.
Niente montagne, in fondo.
Peccato.
Piace quando la pianura regala questi slarghi.
Le distanze degli uomini viste con gli occhi degli uccelli.
In aria.
Distanze possedute con lo sguardo.
Solo una foschia, invece, ieri mattina. Appesa alle sagome dei pioppi, in ordinate fila.
E forse anche questo è bene: i pioppi a chiudere, a dire del reale.
Ciò che è lontano torna ad essere lontano.
Distanze a misurazione arborea.
In terra.
Distanze in metro-resina.
Pensavo queste cose per perdermi per strada, per mettere altro fra il mio viaggio e l’arrivo.
Eppure.
La mappa dei riti non ti tradisce mai.
Si costeggia il canale e si è già lì.
Per ricordarli insieme, i morti partigiani.
Fanfara, strisce tricolori, allori e ragazzi.
I saluti, i gesti, le parole.
Noi.
Arrivati con l’apprensione che ci leggiamo in faccia.
Si fa presto a contarci, ora.
Tutte le altre volte in questa presente e viva, tutte le musiche, i racconti di battaglia partigiana, il freddo, i pianti nascosti dietro il fazzoletto, i garofani rossi della zia, la voce dolce dell’altra, la fierezza degli uomini di casa, il braccio di mio padre e la sua mano.
Non ha distanze, il cuore.
Sono tutti qui: sovrapposte presenze in accumulazione, abbracci fitti di altri abbracci.
E, fedele alla consegna, la puntualità del dolore.
Paradisi
Le avessero chiesto dov’era il paradiso, si sarebbe fatta il segno della croce, poi avrebbe detto qui.
Qui era una fetta di terra sfragolona. Grassa e scura.
Si apriva a zampa di gallina: una strada per ogni grifa.
A un crocevia di venti e di speranze.
Qui era il caseificio della Stoffa, e suo marito dalle mani grandi. Voluto ad ogni costo.
A niente le prediche del padre, sempre a dire con quattro femmine c’è da vedere chi ti viene in casa.
A niente gli sguardi lunghi in chiesa, quando, con la veste azzurra, arrivava alla messa, fiera e diritta, in mezzo alle sorelle. Per lei c’era chi avrebbe dato intera la cascina.
E pure rideva ai baci dei soldati, che arrivavano brevi sulle dita dalla caserma in ozio, vicino all’ospedale, in quella Ferrara accesa di mattoni, come sa esserlo nei giorni della festa.
La Zoraide le richiudeva presto la finestra, ché alle zie questo tocca fare, ma quasi le sembrava di essere cattiva.
La Elsa rideva e il suo cuore ritornava a casa.
Certo le piaceva sentirsi riguardata, ma, il suo sposo, già se l’era scelto.
A costo di non gemellare le terre con nessuno.
A costo di farci la scappata.
Così.
Col treno fino a Mantova.
Da soli.
Poi il matrimonio, senza vergogna per quel grembo glorioso da regina. Regina della Stoffa.
La corte, presa in quell’amore, cedeva alla semina, nell’orto e nella stalla.
Gentile come una tasca gonfia che si scuce.
Piselli dolci già da maggio e certe rose di radicchio rosso che sembravano crescere da sole.
Latte e burro, di quello con il cigno, impresso con lo stampo fine.
La forma pesa e intera, tagliata per natale. Grana di quello buono, senza callo.
Persino gli scarti da dare alle galline, che chiamavano per l’uovo, la mattina.
E poi le sere lunghe, nella stanza quieta. Sola col telaio, a camminare con le mani, insieme alla navetta.
Tutto per sapere che questo è paradiso: fare e raccogliere, fare e trovare risposta alla fatica, buona se non lascia a mani vuote.
Le cose al loro posto, né tante né poche: nello stesso luogo.
Anche la paura.
Quella che arriva con la tosse del freddo, con le nespole gelate in tramontana, con le occhiate della madre, lì, apposta per guardarle il petto e dire Adesso, ancora?
Coi giornali con le scritte nere, che sporcano le mani, anche i pensieri, con un inchiostro difficile a levare.
Sì, venne la guera.
La guera spirulet che tira fuori casa, anche se non vuoi, anche se la bambina è nata con le febbri, anche se il caseificio non marcia senza braccia e il libro del latte resta senza croci.
Marito partito caldaie spente.
Lavorare o andare, dissero i padroni.
Allora la Elsa sentì il freddo della porta che si chiude.
La sua guera l’aveva già perduta. E pure il paradiso.
Non prese la strada per la sua casa di ragazza.
Se vi stringete un po’, disse alla suocera, a mi e li putini a ua ben la camara dal tler.
La bambina delle ossa molli
La bambina aveva le ossa molli.
Anche la testa, un poco, in cima in cima: a toccarla pareva gomma dolce.
Se n’erano accorti con le convulsioni che c’era qualcosa a non andare: le braccia prendevano a tremare, e non era di freddo, nemmeno di paura. Era una scossa, fitta alle giunture, quasi l’osso volesse proprio uscire e pungesse la pelle di velina.
(Come il becco che preme contro il guscio e ne immagini la bava, azzurra e un po’ vischiosa)
L’avevano portata dal dottore, in un giorno senza cipollini, ché la Dilma si era presa la giornata.
Il tempo per capire cosa avesse mai ‘sta creatura che a sette anni pareva una formica. Con la testa grossa.
Ma cosa mangiava, quand’era piccolina, continuava a chiedere il dottore, mentre sentiva lo sterno con le mani e passava e ripassava le ginocchia gonfie.
La Dilma lo ricordava bene, quel suo petto che non aveva piena, e poi quel latte che arrivava piano. Stento stento. Amaro amaro.
Come adesso, con l’altro, lasciato a casa con la vecchia.
Eh.
Ma la Dilma non era da impagliata, da star bella distesa sul paglione a far la quarantena con il brodo e la gallina grassa nel piattino. Come quella sua cugina …
Campagna e cipolla, con un po’ di sale, e via di corsa a casa, con il petto fasciato che faceva male. La sant’anna la pregava quand’era a diradare, ché per la chiesa bisognava avere il tempo.
Così il latte era quel che era: averlo avuto, del bel finocchio lesso, che ti molcisce e ti fa gonfio il petto.
E la bambina non tittava mai, ancor meno di questo. Ancora meno.
E lei capiva che tutta la fatica, che tutta la stanchezza della terra poi si fanno fiele.
Unghie sulla carne viva.
Stringimento di rabbia e di rancore.
E allora sotto, a grattugiare il pane, a scioglierlo con l’olio l’acqua e il miele…Uno scotto sul fuoco.
La bimba, quello, lo mangiava. Come il bambino, adesso.
Per il resto polenta, dottore, ma di quella buona. Sì, sempre polenta, anche dentro un po’ di latte, la mattina.
Che ci si ammalasse per via dell’acqua e ‘l pane, che ci si ammalasse persino di polenta, era ‘na roba grossa, per la Dilma.
Adesso se ne andava a casa con quel nome di malattia che le grattava in testa, anzi gracchiava come una cornacchia, o come le brustoline asciugate dentro il forno, salate a scricchiolare.
E le pareva che la so’ putina fosse ancora più secca, con quel nome addosso.
C’era da portarla al mare.
Eh.
Anche l’avesse detto a suo marito, cosa poteva mai cambiare.
Chi l’aveva visto, il mare.
Quello di terra forse, se si drizzava dopo avere tanto spigolato. E le stoppie tremolavano là in fondo, a promettere l’acqua e un poco di frescura.
Il mare.
Taci con tuo papà . Sta’ mica dire che sei anche malata. Andiamo al caseificio, a chiedere del siero bello caldo. Un secchio. E dopo ci fai il bagno. Ché le ossa si aggiustano e passa anche il tremore.
La bambina si faceva trascinare, senza dire niente.
Solo con gli occhi grandi guardava la mamma e si lisciava il grembiule con la mano, quasi a tener fermo il suo piccolo petto di piccione.
Torno subito
Io non guido.
Non guido l’automobile.
Anche per tradizione familiare, ma soprattutto per pigrizia e per auto-coscienza dei miei limiti.
Io mi distraggo per ogni cosa, perché ogni cosa mi attira e mi prende.
Mi perdo a guardare la geometria delle linee, nei campi, e ad indovinare la semina predisposta, ad esempio.
Ci sono campi che sembrano segnati da unghie d’orso, come graffiati in verticale; in altri la terra è così sbriciolata da formare una testura ad alveare.
Non mi distraggo per mancanza di concentrazione, ma per eccesso di attenzione dedicato a unità discrete. L’intero lo perdo subito, per principio.
E poi, giusto per gettarmi all’altro estremo, mi piace tener gli occhichiusi. Ogni tanto.
No, non per dormire. Per la sorpresa che provo nel riaprirli.
E anche questa mi si dice essere abitudine poco coniugabile con la guida, in effetti.
Da piccola chiudevo gli occhi quando andavo in bicicletta (l’altra faccia del contare le cose).
Lungo una discesa senza curve: cadeva dritta dritta giù dall’argine.
Era molto bello (chiudere gli occhi, dico) e contare fino ad un numero pre-determinato, prima di riaprirli.
E pure scommettere su quello che avrei rivisto, tornando alla luce: quale palo dell’illuminazione, quale albero, quale casa…
Una volta quasi investii mio padre in questo gioco, ma non era previsto
Adesso, qualche volta lo rifaccio, dietro gli occhiali, mentre siedo in auto, accanto a mon mari.
Perché mi abbandono alla voce, al tepore, al rumore quieto di una guida senza scosse.
I maligni sostengono che mi assopisco: smentisco. Categoricamente.
E’ solo una sosta, una specie di cartello con su scritto “Torno subito”.
Beh, ieri ‘sono tornata’, dopo un intervallo trascurabile, all’altezza di un paesino dal nome che ogni volta mi fa dire: ci devo scrivere una cosa, ci devo scrivere una cosa.
“Zampine”.
Sì, qui da noi, dall’altra parte del Po, c’è una frazione che davvero si chiama Zampine.
Sarà stata la nebbia, sarà stato uno scherzo dell’estate di san martino o degli occhi riaperti all’improvviso, ma, dall’ultima fila di case un po’ sdraiate, ho visto allungarsi una morbida, felina coda di cespugli.
Il motore, intanto, faceva le fusa.
Orti
Che l’orto di casa fosse lasciato a sé, senza una mano a squadrare cordoli e a drizzare paletti, era un dispiacere per tutti.
Uno spazio così grande, che pure confinava con la caserma dei finanzieri.
Con vista sulla ferrovia morta.
La Rosa miamamma ci pativa abbastanza.
Specie se guardava l’orto della vicina, che spolverava anche i fiori delle zucchine.
La Dina mianonna aveva un’idea poetica dell’orto e se l’era tenuto come un giardino: una fila di dalie e un rettangolo di insalata, una fila di astri e un rettangolo di radicchio rosso e così via, fino ad arrivare alle fragole in fondo in fondo, un po’ fuori mano, ma solo ad evitare tentazioni e cedimenti. Complice d’estro creativo era il vecchio Nèlo, un po’ giardiniere un po’ ortolano, che la seguiva con la carriola, cantando, curvilineo, “la vita è beeeella e me la voglio godeeeer”.
Fazzoletto rosso su collo in tinta.
Ora che la Dina non c’era più, coi suoi sacchetti di semi attaccati alla trave del rustico e i suoi traffici di tuberi da fiore, sparito anche il Nèlo, nessuno qui aveva l’inclinazione.
Al massimo la cura del giardino davanti, di ortensie peonie e fior di vetro. Al massimo.
Dopo un periodo di entusiasmo per le anatre mute, progressive colonizzatrici di spazi assegnati alla lattuga, sfacciatissimi pennuti cui non si aveva il coraggio di tirare il collo, la terra era rimasta improduttiva.
Una terra con le erbe crescenti e dure, con la vite che faceva quel che poteva e le prugne di Santa Rosa, che rifiutavano di maturare. Scendevano solo se oltraggiate da un verme, che schifavano sputando una resina giallina, in segno di rifiuto.
Quando le erbe diventarono così alte che andò persa la tartaruga, si decise che bisognava far qualcosa.
Mio padre partì per primo, col sacro fuoco del badile: partì alla lontana, per risalire alla causa prima, al motore immobile di tanto degrado.
Individuata la gramigna del cortiletto come colpevole in primis, iniziò da quell’incerta area di frontiera.
Andò a finire che, sistemati per bene i sassi, cacciata la gramigna e rifatti i dentelli di mattoni alle aiuole, per l’orto non ci fu più né fiato né fantasia.
Germogliarono spontaneamente le zucche con scenari fiabeschi e sembrò un segno del destino.
Si presentò la vecchia del latte, una mattina.
Lo vendeva nella casa alla curva della strada, in bocca all’argine.
E c’era da andarlo a prendere nel pentolino di alluminio col coperchio, perché sembrava uno sgarbo fatto alla vecchia prendere quello nella bottiglia.
Uno sgarbo grande.
Anche se era scomodo tornare col pentolino pieno: non si poteva correre e neanche cantare né tanto meno ballare. C’era da camminare dritti e far finta di essere su una passerella.
“Ci si pensa noi all’orto - disse- e si fa a metà”.
La Rosa miamamma mica ebbe cuore di chiedere chi abitava quel “noi”.
La vecchia del latte venne il giorno dopo, accompagnata dal marito col bastone bianco e la voce buona, la mano sempre appoggiata sulla sua spalla.
Era bello vederli lavorare, vicini vicini, sulla stessa linea di terra da liberare. Un sacco sotto le ginocchia. Il vecchio riconosceva toccando erbe e foglie e sentendo l’odore sulle mani… E la vecchia gli diceva che sì, quella era menta matta da levare o un pissalet senza importanza.
Non si poteva stare nella poltrona a leggere e sapere che nell’orto si lavorava anche con gli occhi chiusi; non si poteva giocare e far finta di niente; neppure cucire alla macchina.
Con miamamma e il bambino, si usciva ad aiutare e ad ascoltare il vecchio che sapeva tutto e parlava quieto, spiegando le cose.
Ascoltava la radio. E la riaccendeva con la sua voce, fra malva e piantine di sedano.
Era la politica in dialetto.
Era sicuro che il mondo sarebbe cambiato, una volta o l’altra. Perché lui guardava avanti anche senza vedere. E che lo ripetessimo anche a mio padre, la sera, quel che lui aveva sentito, alla radio.
Così si strappava l’erba, insieme. Si salvavano vecchie piante buone. Si zappettava per nuovi impianti.
E le parole del vecchio non avevano né rabbia né aceto.
Sembravano venire da un mondo dietro l'angolo, di lavoratori con la casa bella e calda, di alberi con frutti d’occhiali e libri.
Un mondo in cui nessuno sarebbe tornato a prender botte sulla testa da gente in camicia nera.
Tante botte, fino al buio.
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