domenica, 15 novembre 2009

Fratelli

 

Se le storie avessero un doppio si specchierebbero a rovescio, una in faccia all’altra, identiche e contrarie, come quelle dei due fratelli.

Stavano nella casa dei pioppi, i pioppi della neve in primavera, quella che le vecchie si filerebbero, se i piumini fossero cotone, per copertine leggere.

I pioppi a mano aperta stavano fra la campagna e la corte, fra la corte e il caseificio, quasi a mettere ordine pure nei lavori: al Barba il latte da cagliare in grana, al Vecchio la terra da guardare.

Solo che, a far formaggio, il latte si riceve all’alba, c’è da faticare anche se un uomo aiuta, ma  dopo non si sta a guardare, ci si decide a far qualcosa.

Così il  Barba, una volta in piedi, di tempo ne aveva e faceva partorire le bestie, e guardava le api, sistemava la legna, zappava l’orto e aiutava il Vecchio, perché il Vecchio, la giacca, mica la levava.

Se è per questo, neanche domandava, ma aveva un  suo modo di non chiedere così bello che arrivava a segno.

“Ah, tempo di pioggia,- diceva - se i covoni fossero fatti, tutta fortuna…”

“Se c’è da farli, si faranno”- rispondeva il Barba e prendevano la strada di campagna, il primo a testa in aria, il secondo a cercare per terra la cicoria.

“Ma quante, quante ce n’è quest’ anno, - diceva il Vecchio a guardar le spighe già tagliate – guarda guarda…se se ne accorge la mia schiena…”

“Se sono tante, si raccoglieranno,- rispondeva il Barba, che si toglieva il gilè -  Te, metti la schiena all’ombra.”

Sotto la pianta di susine, il mal di schiena stava quieto.

Il Vecchio guardava in su.

“Certo le nuvole son più svelte delle braccia…Bisognerebbe fare presto.”- sospirava.

“Se c’è da far presto, si muoveran di più ”- il Barba non s’asciugava neanche la fronte e drizzava le spighe e le legava, in gara con il cielo.

Alla prima goccia il Vecchio dava l’annuncio, perché stava attento, e , coi covoni che riposavano al sicuro, stretti  da un giro di salice,  tornavano in corte.

 

“Certo è fatica anche guardar sempre in alto” diceva il Barba, per dare soddisfazione al Vecchio.

 

E si ringraziavano, sulla porta del caseificio.

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venerdì, 30 ottobre 2009

Il treno sapeva di mele

 

Chi continuava a studiare, dopo le medie, doveva scegliere fra il treno e la corriera.

La scuola veniva dopo.

 

La corriera era uno scassone blu che invadeva lo stomaco di curve odor di finta pelle.

La conoscevo bene, la corriera, troppo bene la conoscevo: ci passava sui piedi, nel viale della casa grande, e la prendeva mio papà, per andare a Mantova, quasi ogni mattina, se non era in giro in qualche posto lontano.

A turno capitava, in casa, di doverla fermare con segni agitati, finchè il ritardatario non correva fuori, con la cravatta in mano e le stringhe delle scarpe da annodare.

La prendevo anch’io, la corriera, in quei pomeriggi di caldo grande, schiacciato a terra da una mano sudata. La strada, che portava alle zie, si bagnava in fondo della morgana dei miraggi, come nei deserti.

 

Il treno, invece, era di un verde penicillina. Vecchie littorine, coi sedili di legno lucido: curano la scoliosi, diceva la Rosa miamamma, che trovava il buono anche in un moschino nel latte.

Littorine bruchi di ferro, sferraglianti di metallo, in forme arrotondate.

Il treno era Ferrara, fuori dalle rotte paterne, il treno era fare come aveva fatto la Diana miacugina, passare per i vagoni, cercare i posti giusti, darsi la matita negli occhi, con la Laura che ti tiene lo specchio, e anche il burrocacao, poi …poi…fare corsi di canto accelerato in nuove comunità di vicinanza. E scrivere con l’onda, che ti sbatte un po’ qua, un po’ là, l’ultimo compito dimenticato…

 

Andava così piano, il treno, che bastava mettersi nel primo vagone, scendere alla curva, quando quasi quasi si fermava, … al volo rubare, dai frutteti compiacenti oltre la ghiaia dei binari, le mele campanine, quelle dure spacca-gengive, infilarle nel maglione e di corsa risalire sull’ultimo vagone.

Catena umana di braccia a tirar su i temerari.

I ragazzi facevano così, poi, belli di mele e d’avventura, distribuivano i frutti con segrete strategie d’innamoramento.

 

Sarebbe stato giusto farle dormire al buio, le mele, perché s’ammorbidissero nella dolcezza dei muri, imparentate coi cachi, per strane leggi mai dimostrate.

Ma i furti richiedono sparizioni, così alle 7 e 33, nell’aria frizzantina del mattino, si mangiavano le mele.

Denti lucidi e succo di schiuma asprigna che chiama la saliva e fa venire un bruciore di gioia agli occhi .

In più, il sapore aggiuntivo degli sguardi.

 

Ciò che faceva preziosa la mela era il gesto che te la offriva, roba che capivi in pieno l’incavolatura della giunone con paride e tutto quanto.

Vedevano tutti chi riceveva la mela e chi no.

Mica era valido passarsela per dare un morso…: impossibile brillare di mela altrui, era la prima scelta che contava, erano gli occhi del trionfo di chi te la tirava o te l’allungava, più timido, o ti bussava sulla spalla. 

 

A me arrivavano le mele del poeta, che non era svelto e si beccava le ultime, un po’ più rugginose e piccoline, con il sospetto inconfessabile che se le portasse da casa.

 

Il poeta era noioso, e con i capelli ricci che trattenevano la nebbia e il vapore. Però leggeva bene. Poesie scritte con la matita sul retro dei calendari, bei fogli grandi e un poco lucidi. I regali del tempo: quando i mesi volavano via, restava la pagina bianca da usare, dietro. Come scrivere sulla schiena dei giorni.

 

Le ascoltavo, le poesie, le mangiavo con le mele.

Sempre una lei che nella sera andava altera, sempre una lei con gli occhi scuri che ridevano e la pelle di porcellana, sempre una lei che non capiva e che il poeta voleva riempire di baci sulla strada lunga di pioppi…

Potrebbe anche leggerle a lei, mi dicevo io, quando incrociavo, interrogativa, gli occhi in galleggiamento del poeta.

 

Io avrei voluto altre mele e altri sguardi.

 

Arrivarono entrambi di sorpresa, a fare un giorno diverso dagli altri.

Non quelli che cumulano foglio su foglio.

No, un giorno individuo, nello scatto dal prima al poi.

Un giorno di vena azzurra, una crepa nel muro.

Un giorno in forma di mela d’ottobre.

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venerdì, 09 ottobre 2009

Colonialismo estivo

atto secondo

Le idee vendicative, chiamate a raccolta sotto un ombrellone a righe bianche e verdi, arrivarono sudate e un po’ cattive, al crepuscolo.
C’era da decider delle cose.
Pensare al qui e al
, con la testa persa nell’aria nuova del mare e nella preoccupazione della camerata, del bagno, della mensa, degli altri da guardare in faccia.
Su tutto, a ronzare come un calabrone, la voglia di dispetto.

C’è da sapere che a casamia solo due cose erano guardate con lo schifo: la gomma da masticare e gli orecchini messi alle bambine.
La prima era considerata troppo americana e poco sana.
Secondo la Dina mianonna, a furia di masticar saliva, s’incantava il cervello. Delle belle albicocche, veh…
Per mio nonno, invece, la questione era di principio. La cicca era una imbroglia-stomaco a tradimento; faceva uscir di casa i succhi che abitavano nei dintorni: poveri, arrivavano tutti contenti, dicendo qui si sta mangiando qui si sta mangiando, nella speranza di un crostino di pane, invece non trovavano niente, così diventavano acidi e facevano venire il brusacoeur
.
Con tutto ‘sto teatro nello stomaco, c’era poco da provare.
L’altro tabù era finemente estetico: le bambine piccole, tutte infiocchettate d’oro, secondo le donne di casa, erano molto brutte, come delle vecchine formato mignon. Guai a bucar le orecchie, guai a infilar orecchini, guai.

Bene, la vendetta sarebbe passata di lì, tanto per cominciare.
Dopo una cena volutamente saltata e una nottata su un materasso di antiche umidità, la prima mattina di mare comprai in spiaggia la cosa più vicina agli orecchini e più lontana dai gusti familiari: una collanina di conchiglie piccole e di grani celesti.
Non farle prendere l’acqua’
-disse l’uomo che vendeva le cose.
(In effetti, ubbidiente, per quindici giorni non mi lavai il collo nell’area impreziosita)

E poi.
E poi subito, la stessa mattina, esaurii le mie finanze e feci il secondo investimento (differenziato): comprai dieci, forse dodici, quadratini di gomma, dei dadi rosa mono-gusto, che sapevano di cipria zuccherata e di fragola, un po’, e di caramella, un po’.
Con calma determinazione li infilai in bocca, tutti.
Effetto impastatrice intasata.
Mica riuscivo a masticare (neanche a parlare, neanche a respirare bene, se è per quello…): a guance gonfie come una criceta obesa, potevo solo mandar giù, ogni tanto, un po’ di saliva. Dolce.
Si sparse la voce: la bambina muta aveva mangiato un sacco di cicche e adesso le aveva tutte in bocca.
A semicerchio le altre guardavano con occhi sgranati la criceta umana.
Buone?-
chiedevano.
Io facevo sì sì con la testa, molto felice.
Sputa-
dicevano le signorine vigilantes spazientite.
Io facevo no no con la testa, molto felice.
Ci pensò, dopo un po’, la bambina spilungona del gruppo a farmi cambiare idea, chè tanto le ganasce cominciavano pure a farmi male.
Lo sai neh che santa lucia non esiste e che è tua mamma. Anche la befana-
mi sibilò nell’orecchio, viperina.
Io naturalmente non sapevo.
La faccenda andava approfondita a voce e nello scambio: una tragedia nella tragedia.
Dopo una complicata operazione di estrazione ciccosa, cominciai a chiedere per capire bene. Per la befana, pazienza, ma, per santa lucia che la notte del 12 dicembre portava i doni con l’asino e tutto quanto, era dolore grande. Dunque vero niente: le letterine sante sul davanzale della cucina, i campanellini santi nel buio, i regali santi….macchè, solo cospirazioni casalinghe.

Vero che la solidarietà nasce dalla sofferenza: più debole dopo questa rivelazione, ancora più offesa con le donne di casa (non solo mandata in colonia, ma pure imbrogliata per una vita
) mi avvicinai alle altre.
Lo scambio fu proficuo.
Imparai altre cose interessanti: il gioco con i cinque ossi di pesca appoggiati sulla sabbia, da far saltare e acchiappare per aria, alcune parolacce necessarie e significative, una conta (unci dunci trinci quari quarinci meri merinci un franc gess
) e il passa zoccolo danzato con le mani…
Robe belle.
A casa non pensai più. Neanche scrivevo.

Ninina, stai bene? Mangi? Ti diverti? Cosa ti manca di casa?

La voce della Rosa miamamma, preoccupata dei miei silenzi, arrivò una sera nel telefono della direttrice.
Il panettone Pineta-
risposi all’ultima domanda. Perché il panettone Pineta, un mattone molle e rettangolare che sapeva di panettone vero con tante uvette e pochi canditi, era una cosa meravigliosa. Si tagliava a fette: certi quadrati cedevoli e umidicci, morbidi morbidi, che si potevano arrotolare a fingere sigari di panettone o spiaccicare bene bene con le mani così diventavano ancora più larghi e sottili. Era meglio della gomma da masticare: in bocca resisteva uguale.

La mattina dopo, l'apparizione.

Reduce dal caffelatte con l’orzo, in fila per andare in spiaggia, pagliaccetto munita, vidi, incollate alla rete come alla grata di un confessionale, due sagome familiari che facevano cenno con la mano e chiamavano il mio nome.
La Dina mianonna e il mio zio preferito, bello e geometra.
Mi avevano portato il panettone Pineta. Anzi due. Tagliati a fette.
Venuti apposta.

Sentirsi amati riconcilia con la vita. Anche con la colonia.

Ora non era più così terribile sfilare, scorrendo lungo la tavolata, a fianco di piatti di minestra rossa e schifa, grondante di pomodoro.
In tasca avevo una fetta di panettone Pineta.
Antidoto molliccio a effetto rapido.
Felicità arrotolabile.
A lenta cessione di briciole. Nel tempo.

Ne facessero ancora…

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mercoledì, 07 ottobre 2009

Colonialismo estivo  (tragedia in due tempi e una riconciliazione)

 

atto primo

 

L’estate dei bambini, quell’anno, fu nel  bel mezzo funestata dall’avvento della colonia.

Colonia spartiacque ideologico.

Le amiche spedite a Riccione, in privato odor di parrocchia, con un gruppo di vigilantes signorine del paese,  all’ombra  del don.

Io a passare il mare con la pubblica colonia del comune.

A Igea Marina.

Perché avevo fatto la tosse cattiva, d’inverno. Quella secca secca, con retrogusto sonoro d’organetto.

Bisognava, dicevano in casa.

Non si poteva fare come quell’anno, a Viserba, tutti insieme. La mia estate subacquea.

(Perlustrazione della  fontana della pensione, fontana grigia con pesce rosso, caduta verticale, a testa in giù, per acchiappare il suddetto, salvataggio per acchiappamento di piedino  emergente da parte del nonno. Bello, anche l’intontimento acquatico successivo)

Il nonno ora aveva lo stringimento di cuore, quel dolore forte al petto  che chiamava le pastiglie col nome di gioco. Su Ninina, trentatre trinitrine tornavano da trento tutte trentatre trottando, canticchiava con me, dopo, perché  anche il male diventasse filastrocca e io non avessi paura di quel disco bianco e piccolino, che, pallido come la terra, metteva sotto la lingua.

Non c’era modo di fare le vacanze di famiglia, ecco.

E se non era felicità perfetta, almeno andare con l’Anna e suasorella, dicevo io, coi preti insomma, a prendermi la benedizione tutte le mattine e a cantare prostrati nella polvere davanti al santo altaaaaaaaaaaaaar.

Questo volevo, ma mio papà macchè, sempre a fare le cose diverse.

Così, mentre miamamma e miazia cucivano i numeri rossi su ogni vestito, su ogni costume e persino sui fazzoletti, a  me veniva la malinconia.

E barattavo.

Se sto a casa non scivolo più sul borotalco in bagno.

Se sto a casa non mangio più gli amici del sole.

Rinuncia grossa perchè quel trifoglietto dolce e brusco dallo stelo trasparente era quasi meglio della liquirizia e non costava niente, solo qualche scapaccione.

Le donne a testa china continuavano a puntare 3 , 1, 7 e a me non restava, allora, che giocare la carta del sentimento.

E se cado in una fontana?

E se mi fanno mangiare la minestra di verdura?

E se la sera mi viene il dispiacere?

 

Partii senza risposte, targata 317, con le donne di casa coccodrille che adesso piangevano giù dal finestrino della corriera. Fa’ bel Ninina, fa’ bel…

Ma la Ninina era inferocita e non sapeva più cosa dire fare pensare pur di castigare le artefici della partenza.

Sedile davanti, impettita, con la scrufna: occhi viperini sotto le sopracciglia a tettoia, non addolcita neppure dal vestito con le alette.

Neanche a guardare chi saliva dalle frazioni e dai paesi vicini: che nella colonia rossa del comune quelli di piazza mica ci andavano, allora c’era da ripiegare sulle forze di campagna, sui figli dei braccianti che sudavano in campagna. Altroché mare.

 

Si arrivò col vomito, sotto un sole scottone.

Dopo un viaggio murato. Col magone muto, quello che cementa dentro  i pensieri. Potevo dire, potevo fare…

E la testa piena delle canzoni urlate dai veterani della colonia: storie di briganti tristi che pensavano alla loro bella, di macchine del capo piene di buchi nelle gomme e di rumori, e di  porte che si dovevano aprire per farci passare.

 

La colonia era una scatola da scarpe, col coperchio rovesciato davanti, pieno di sabbia con striature di catrame: un muretto a separare l’altra sabbia e un mare color cacchetta.

Caldo grigio dappertutto e odore di minestra di verdura.

Era pomeriggio: ci fecero andare nella sala dei bagni.

Una donna senza sorrisi era lì, vicino ad una pila ripiegata.

- Prima di sistemare le cose negli armadi, mettete il costumino: uguale per tutti, così in spiaggia vi riconosciamo.

Un colpo al cuore. Un pagliaccetto a quadretti bianchi e rosa, con pettorina di pudore.

Arrivai ultima. Ultimo pagliaccetto raso terra.

Scarafaggio, grasso e lucido. Sotto la pettorina. A pancia in su. Un po’ nervoso.

Il mio urlo arrivò in cucina, scese in camerata, passò per la direzione e planò sui piedi della sorvegliante.

Per quel giorno l’orrido costumino rimase là.

Nessuno riuscì a convincermi del contrario.

Io, vestita di tutto punto, sotto l’ombrellone, a meditare una sussiegosa vendetta.

 

Scritto da colfavoredellenebbie alle ore 14:00 | link | commenti (15) |Torna su
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lunedì, 28 settembre 2009

 

La bambina del ritorno 

 

La bambina scese un po’ stranita, con le orecchie incantate.

Grazie, disse all’autista, che le allungava la valigia.

Sentì la sua voce arrivare da lontano, fra pareti di lana o pannolenci.

E l’oscillare della terra, a barca: l’asfalto messo lì, un gradino sotto. Come  quando  ci si  sveglia  dopo un sonno  lungo e si tocca  il mondo, inaspettato,  planando sopra  il  materasso. 

 

Le altre della colonia erano già scese: lei era l’ultima, nella corriera vuota.

Aveva provato a fare la spaccata, tenendosi stretta a due sedili. Anche una capriola.

E aveva cantato la canzone di tutte le mattine, quando si sfilava di fianco al tavolone,  col caffelatte nelle  scodelle e il pane già tagliato.

I chilometri sembravano più lunghi, così si era seduta ben davanti, dietro l’autista, per arrivare prima: silenziosa e composta, il fiocco ripassato, convinto a tener fermo il ciuffo di capelli. Come piaceva alla  Iris  suamamma, che li tirava indietro dalla  fronte, solo lasciando un riccio per i baci.  Ah, ma  quella  virgola  adesso non la  voleva più: aveva nove anni ed era stata via due mesi interi per  scappare alla tosse dei bambini.

 

La corriera si era fermata con un sospiro a scatto e un cigolio di molle, sfiatando stanchezze e sospensioni, qualche minuto prima del previsto.

 

La bambina ci rimase male: alla fermata non c’era nessuno.

E  nessuno  neppure  sul sagrato, luogo di eterne chiacchierate di vecchi tiratardi.

L’una sembrava un tempo pigro, nel paese. Solo rumori  di stoviglia, a parlare  di tavola e  cucina.

 

Vero che la corriera era arrivata presto e lei chissà cosa aveva scritto a casa.

Vero che c’era solo da attraversare la strada, perché la trattoria era proprio lì, a prendersi tutte le ore giù dal campanile, la faccia in piazza, il dietro contro l’argine.

Però.

 

Fece i tre gradini e scostò  la tenda con  le  serpentine  che parvero dure, quasi viperine.

Una frustata sulle braccia.

I t’a scurtà la pataiiiina, le  fecero il verso due clienti che aspettavano pazienti le tagliatelle della Dina.

La bambina  si guardò la sottana e poi le gambe, gambe scure, lunghe e magroline: era tutto proprio come prima. 

Perché?, chiese la  bambina, il  vestito non è mica diventato  corto…

Adesso  che è nata la putina, vedrai che per te c’è meno stoffa. Le donne son tutte là di sopra.

 

La bambina sentì una cosa dentro: un sasso tirato da lontano.

Ma come? Bastava star lontani un poco per trovare  il reame tutto preso?

Per non avere nessuno che t’aspetti alla corriera? 

Neanche il nonno, sempre pronto  per i giri sull’argine,  al  mattino.

Neanche  la Iris  suamamma. In fondo quella nuova era solo la figlia di suazia.

Ecco, l’avevano mandata là in montagna perché non restasse a disturbare: faceva  bene a non volerci  andare altrochè respiri l’aria buona.

 

Salì  le  scale con  pensieri che sembravano cattivi come la  tosse che aveva la  Selene, una  tosse  con l’unghia, forse col becco.

Ma la bracciata poderosa,  quella di sempre,  quella di suo nonno, la  sollevò da dietro.

Ehi, signorina Tahitù, avevi scritto che scendevi al botteghino…

 

La gioia   prende forme  strane:  arriva allo stomaco o fa le gambe flosce.  

Alla  Diana sciolse  il fiocco dei  capelli ed anche il dispiacere: pianse un attimo, in piccolo, sbirciando oltre la spalla di  suo nonno con occhi  lunghi  ed indagatori.

 

Nella stanza  oltre le scale  le donne, incuranti dei clienti in trattoria, legavano due poltrone  di vimini: una contro l’altra  per fare una culla,  anzi  quasi  un nido.

Le fecero festa con abbracci  e baci,  ma la Diana era decisa a non dare troppa confidenza:  prima  doveva   capire  la  faccenda della stoffa.

Cocca, ma vieni  qui a vedere.

 

Era  una   bambina rosa.  Rosa  davvero, di quel rosa  un po’sciocco che fa pensare ai confetti e alle cose buone e rotonde da mangiare.

La Diana mandò in giù l’ultimo singhiozzo e la  toccò soltanto con un dito: era tiepida  e molle  e  senza camicino… Tutto poteva farle male.

Poi  ci  fu quel gesto.

Suazia scuoteva  la bottiglia di  vetro con  il ciuccio: il latte a  schiumare tumultuoso.

Sentiamo se scotta o se va bene.

E ne fece uscire una  goccia, solo una goccia, sul braccio nudo della Diana: all’interno, dove  la vita è sottile  e chiara.   

La briciola di latte aveva quel calore quieto che fonde corazze e resistenze: trovò la sua strada sotto pelle, perché i bambini sanno la mitezza bianca  dell’amore.

Sì che va bene, disse  la Diana.

 

Dedicato  a D., paziente e  cara.

Scritto da colfavoredellenebbie alle ore 07:39 | link | commenti (42) |Torna su
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giovedì, 24 settembre 2009

Mi piacciono i ritorni

 

Mi piacciono i ritorni, anche se i distacchi sono brevi e le distanze contenute.

Mi piacciono perché portano sempre con sé qualcosa di nuovo e trovano il ‘prima’ un po’ diverso, riletto, forse, attraverso il distacco.

 

Io arrivo con la voglia di scrivere e la voglia di dire grazie.

Di dire grazie, soprattutto.

 

Qualche mese fa è uscito un libro: Dai blog ai social network, a cura di Maria Maddalena Mapelli e Umberto Margiotta, per i tipi di Mimesis: un approccio ai modi della Rete (e alle forme in cui si sostanzia), uno studio ‘sul campo’ con diverse incursioni territoriali, collegato all’esperienza di Ibridamenti, un progetto dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.

E’ un libro a più voci: accoglie i contributi di tanti soggetti che, attraverso lo sguardo delle scienze di riferimento, focalizzano con competenza la loro attenzione e la loro ricerca sulle “arti

della connessione nel virtuale”.

 

Il blog  Pesci di nebbia, assieme ad altri blog, è stato oggetto di lettura e di analisi.

 

Io arrivo sempre tardi, perché sono periferica e pigra anche per questa perifericità: ho avuto il libro fra le mani in vacanza, dono di un caro amico che ha sopperito alla lentezza della mia libraia, persa fra testi scolastici e astucci.

 

Fa un effetto particolare leggere qualcuno che scrive delle tue cose: anche questo è un ritorno, un riapprodare al già fatto, al già detto attraverso gli occhi degli altri.

Ho letto, perciò, con comprensibile emozione il paragrafo dedicato al mio blog, che accorpa le osservazioni e le analisi di Mario Galzigna, di Isabella Zanini e di Francesco Bailo.

 

Ho sentito una gratitudine immensa: ho pensato al regalo del tempo e dei saperi che sta dietro a un impegno così complesso, fatto di attenzione, di lettura minuziosa e ravvicinata  (moltissimi post e relativi commenti), di calcoli e conteggi, di intepretazione, di donazione di senso e restituzione di un disegno complessivo e unitario, di scrittura, infine.

Un regalo di finezza, di delicatezza e di intelligenza.

 

Grazie a tutti e tre gli autori, e a quanti, in primis Maddalena Mapelli, hanno reso possibile la realizzazione di questo libro.

 

E grazie agli amici di questo blog, che ne sono l'anima vitale.

Nei giorni scorsi Pesci di nebbia ha compiuto sei anni.

Va a scuola, insomma: voi tutti l’avete accompagnato, nonostante abbia il fiocco di traverso e si sia dimenticato di prender su la merenda.

Scritto da colfavoredellenebbie alle ore 14:50 | link | commenti (26) |Torna su
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sabato, 12 settembre 2009

Si va

 

Si va, appunto.

Per un po’, giusto per prendere distanza dall’estate.

Per tacere e pensare.

Per  ascoltare.

Per lasciare che quanto è scampato al caldo rigeneri, finalmente, come certi muschi liofilizzati, a rapida ricrescita. A volte con maggior rigoglio di prima, a volte no.

D’altronde, l’attesa è parte integrante della scommessa.

Un saluto, a tutti e a ciascuno.

A presto.

z.

 

Scritto da colfavoredellenebbie alle ore 23:53 | link | commenti (21) |Torna su
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sabato, 22 agosto 2009

Tutta colpa

 

Tutta colpa di quelle foderette.

Nate per cuscini gonfi, con piuma in esultanza: orlo a giorno fine di  pazienza, rado come le chiese di pianura.

Tessuto di telaio molto bello, disse la cognata, e pure sostenuto: bisogna farci dentro un gran vestito.

 

La Iris con l’ago faceva meraviglie ed era nota per un taglio così esatto che la veste ti nasceva addosso senza neppure una pince di salvataggio. Le spalle, poi: diritte, anche senza imbottitura. Grande perizia di conti gestativi, calcoli col lapis sulla squadra, con l’occhio ai numeri in cartella. La sagoma di carta disegnata, nell’estro perfetto del momento.

Poi, la stoffa trafitta da gessi e da spillini, docile distesa sulla tavola.

E il rumore di trancio delle forbici, sicuro come un’esecuzione.

 

E’ sarta diplomata, di scuola SNOB, Torino, annuivano le amiche, che in coro compitavano a rosario, di dito in dito: Signorilità, Nobiltà, Originalità, Bellezza…

Doni di un altro mondo che arrivava per posta  sotto le spoglie di un giornaletto rosa, miniera di modelli tratteggiati e di silhouettes moooolto parigine.

 

Dire alla Rosa facciamoci un vestito era come invitare un’oca a bere. Forse di più.

Però.

Era sposa fresca, fresca d’aprile, e aveva portato poca dote.

Già la Dina so madona era stata di sbieco a vigilare sui bauli in transito, di sopra: non era contenta, no, di vedere solo vestiti, tanti bei giacchini (pure col pelo di coniglio), ma lenzuola sotto la dozzina,  resti di mature vedovanze degli zii di casa, col giallino che chiedeva varechina.

 

La Rosa si faceva un po’ vergogna, in quel maggio già caldo, a sacrificare due belle foderette.

Ma la Iris in testa aveva già il vestito. Stretto in vita, dunque malizioso, ma castigato da una mantellina che si chiudeva al petto, restando un po’ discosta. Una mantellina dentellata con il filo rosso, per disperdere eccessi monacali.

 

Galeotto fu il dentello di viva tentazione: la Rosa disse e senza pentimento.

 

Le foderette non conobbero mai il letto, ma fasciarono vita e fianchi con gran soddisfazione, sotto lo sguardo severo della Dina, che guardava la dote assottigliarsi come la sfoglia sull’asse di cucina: le nuore in complotto modaiolo, mentre nell'acquaio i piatti chiedevano sapone.

 

Al mercato di Revere la Rosa andò  in corriera col suo marito nuovo e il vestito bianco coi dentelli.

Contenta di quella diversione che un poco almeno compensava un viaggio di nozze mai avvenuto.

E decisa a rimpinguare il tolto: le mance dell’ufficio a questo potevano servire, a comprare della tela buona, per la tavola ed anche per il sonno.

 

Non lo avesse indossato, quel vestito, mai avrebbe capito quanto le cose chiamino a gran voce, con una prepotenza che toglie ogni rigore e sa essere forte di catena.

Seppe, invece, quasi con stupore, che un filo rosso, un filo di cotone, è un laccio di colore per certi  sandalini, di pelle a strisce e pure con la zeppa. Un laccio che non ignora neppure la borsetta (una trousse, per essere precisi).

 

Meno male che non ho promesso niente, si diceva la Rosa, mentre guardava il trionfo fiammante dei suoi piedi e l’espressione felice del suo uomo.

 

(A tutte le  donne care di casamia, proprio a  tutte)

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martedì, 11 agosto 2009

Il bambino dei capelli biondi

 

In fondo non era così strano che la natura si lasciasse andare a un gioco di colore.

(Negli occhi di una vecchia, un fragore d’azzurro a tradimento)

 

Così, fra pelli d’oliva un po’ terrosa e capi di passeri arruffati, quella testa bionda di bambino.

Riccia.

Come le foglie del salice, col nervo d’elastico tirato.

Orgoglio di sua mamma.

 

E bastava restare al sole, provare una fionda contro un nido, svirgolare un sasso a filo d’acqua, a Po: i capelli parevano sbiancare, quasi stoppa, quella avvitata ai tubi, golosa di ogni goccia.

 

Il bambino non li voleva più, quei capelli che scendevano giù, fino alle spalle.

 

Maschio maschio, mica ‘na bambina, bisognava sempre dire sul mercato, quando le donne allungavano carezze con un beeella da scheggia sotto l’unghia.

Avrebbe fatto vedere qualche cosa, se non fosse arrivato lo strattone della Nellj, frettolosa.

 

Il bambino non li voleva proprio più, quei femmini capelli.

 

Allora vatteli a tagliare, disse la madre asciutta, una mattina.

 

C’è che, con i soldi in mano, uno si sente re.

E il barbiere stava proprio in piazza, a una svolta forse di destino.  

E prima, prima c’era la Ghelfa, con la sua bottega e con la sua vetrina, una vetrina con la carta traforata, senza cacche di mosche e moscerini: galletti di zucchero a fischietto, disoccupati di nera liquirizia, confetti appena un po’ appannati e un angelo, appeso per le ali, intento a custodire tanto ben di dio.

 

I soldi non c’erano già più.

 

Per guadagnare casa, poi, si camminava piano, un po’ cercando i sassi con la punta per sentirne il male sotto il piede e sfondare la suola compromessa, un po’ sedendo sul muretto a mangiarsi ben la cioccolata, che andava leccata fin sulla cartina, bianca di dentro e fuori di stagnola.

Perché la cioccolata questo regalava: l’odore intorno, a benedizione, morbidezza di lingua e di palato, e il gioco di scrostare con due dita la pelle d’argento dalla carta, fino a trovarsi una lamina croccante di tesoro. Da stendere con gran soddisfazione, cancellando le rughe dal nitore, col piacere dell’appiccichino che restava a lungo sulle mani, a memoria del gusto e del profumo.

 

Arrivò in casa con unghie lunghe di stagnola, a mo’ di confessione.

Ai capelli pensò la madre, giustiziera: due colpi di forbici arrabbiate, tre scopaccioni in basso,  per via dell’equilibrio, i riccioli in pugno da buttare subito, visto che.

 

La strada dell’esilio offeso  passava per la porta.

Il bambino uscì col collo rosso, vuoto all’improvviso e con stupore, come il suo orgoglio ora un po’ scheggiato.

 

Nessuno lo vide a mezzogiorno. E pure c’era la pasta con il tonno.

A sera la madre andò a chiamarlo in brolo, a cercarlo nella mezza luce.

Lo trovò che piangeva, tutti i singhiozzi in gola, sui suoi capelli tronchi, sparsi fra bucce di cipolle e fondi di radicchio mollo.

In tetto al letamaio: biondo trofeo e berlina casalinga. 

Fra piccoli bagliori.  

Con tocco di poeta, aveva sparso strichetti di stagnola, farfalline d’argento, fra riccio e riccio.

 Briciole di funerale, al sapor di cioccolato.

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martedì, 04 agosto 2009

 

 Il Leo

Erano così quiete le giornate di luglio, impastate di lentezze infinite.

Le cose, nel pomeriggio, sembravano figure di cartone col piede ripiegato, in attesa che una palla di stracci le buttasse giù.

Niente corpo. Leggere di colori, nella loro immobilità.

E se da strada un urlo lungo di cornacchia o di bimbo di colpo batteva la stanza, solo allora l' attesa sussultava, ferita.

Tutto tornava carne.

La vita, puntuta, ha il suo modo di farsi sentire, aspro d'amarena o ago di suono.

L'aria che avvolge i pensieri scoppia e non c'è più la confidenza sonnolenta fra il dentro e il fuori; il dentro si ritrae, impaurito.

 

Il "su andéma" della Dina era la scossa nervosa, che pungolava il dopo-mangiato  e rompeva i conversari svagati e un po’ intorpiditi che legavano alla tavola.

Prima del letto e del riposo stavano i piatti da rilavare e riporre.

La casa, già calda, bolliva per l'acqua che si voleva fumante e le due nuore di fretta, nello  stanzino, lavavano, finalmente d'intesa, e asciugavano i piatti.

Gli altri potevano, secondo contratti e bisogni,  usare il tempo del pomeriggio ...

Ma chi poteva avere il coraggio di svenare il silenzio, che a cordoni stringeva la casa?

Il silenzio scendeva di colpo anche fuori, migrava leggero e aveva qualcosa di trattenuto: non era assenza, non era vuoto, era un esserci a bassa voce, di rimbrotti e risatine chiocce, come se dal volume dipendesse il tacito accordo del viale.

E il silenzio portava la frescura di finestre accostate, di porte con un filo di sfiato.

Niente più voci, zitte le radio sulle ultime note di Capodistria, niente più piatti e ciabatte veloci.

Un silenzio arancione.

 

Forse per questo, decimata dalla colonia e dalle fughe presso i parenti, la repubblica delle bambine viveva i pomeriggi di luglio come un'occhiata interminabile.

Dopo, si poteva giocare.

Ma prima…, prima si era occhi.

Quando il caldo era troppo appiccicoso perfino per leggere, quando il sole era così invadente da portare fin davanti a casa l'odore delle cipolle marce della stazione – porto, si accettava lo statuto del silenzio e sui gradini di casa o sulla scala di marmo dei veterinario si lavorava di occhi.

 

C' erano soprattutto i bagnanti, da guardare, che usavano il viale come  scorciatoia per raggiungere la spiaggia di Po; sull'ora del sole caldo, scorrevano donne con sporte rigonfie, sgabelli di tela, tende e bastoni e tanti bambini, propri e affidati, pronti a rubare al fiume la parvenza di un mare povero.

Nel viale non tutti andavano a Po.

Non c'erano molti adulti consenzienti a restare sulla sabbia calda e a urlare preghiere e sgridate.

Il Po faceva paura.

E innervosiva le donne, ridacchiava mio nonno…

 

Noi bambine, poi, avevamo ben altro da fare.

C'erano i morosi da guardare, quelli veri e quelli pensati.

Intanto si spiava la partenza dei più grandi  per il Po,  quelli che potevano andare da soli e che mai si sarebbero portati dietro i piccoli. E poi, e poi…

E poi c’era anche chi, fra i grandi, non andava a Po.

Il Leo, il più bello, si sdraiava sui tronchi scortecciati che occupavano il cortile della segheria, torace nudo e calzoni corti.

A occhi chiusi e le braccia incrociate dietro la testa.

 

“Come è fatto bene”- diceva piano piano la bionda, che ci guidava a passi felpati vicino alla siepe di confine, che separava il giardino del veterinario dalla segheria.

I bossi e gli ireos tagliavano l’intero, ma, fra rami e spade, lui si poteva ben vedere…

“Sembra Mercurio”-dicevo io, che non avevo molti termini recenti di paragone.

“Ma va làààà”- insorgevano le altre che fingevano di essere più documentate.

“E’ tutto Gregory Peck” – faceva la Cri, che andava sempre al cinema dal prete.

“Però ha i ricci”- diceva l’altra.

“E allora è Gregory Peck coi capelli ricci. Io l’ho visto coi capelli ricci in un film”- mentiva la Cri.

 

Fra sospiri e gomitate si guadagnava a turno la postazione di spionaggio.

E le ginocchia, a stare sulla ghiaia, si bucavano e assomigliavano a spugne arrossate.

Lui, il bello, succhiava il sole con tutta la pelle e si tirava, lucido, per non perderne neanche un po’.

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mercoledì, 29 luglio 2009

Il Gi

 

Era un giovanottino magro.

Di quelli che, se li vedi, pensi alle zampe fil di ferro dei mericanini: hanno l’agitazione addosso e sono le anime inquiete del pollaio. Tutto nervo  sotto penna, carne poca e resistente.

Lo chiamavano Gi, detto due volte in fretta, per fare prima, e lui scattava per un niente,  svelto di testa e di parola.

Pareva un uomo e non lo era ancora: lavorava da grande e teneva dei castelli di conti complicati. Così, per fantasia.

Se correva con la bicicletta lungo le cavedagne, contava i pioppi,  le ciglia del canale, li moltiplicava per le pedalate, da qui a là, e divideva per i nidi della siepe. Se non bastava, calcolava l’area di un tetto, tegole base per altezza, meno quella del rustico (ché non mancasse una bella sottrazione).

Chi portava il latte al caseificio stupiva che lui, ragazzo, i conti dei litri a settimana li mandasse a memoria senza un foglio.

Quasi i contadini erano  contenti di trovarli uguali, identici giurati a quelli che con croci ed aste gessavano sul muro della stalla.

Quasi  un piacere anche per loro, che  pure avrebbero annacquato per allungare di un litro la giornata.

Gli dicevano bravo e va’, ché la tua strada non finisce qui.

 

In effetti c’era da inventar qualcosa:  spese tante e il padre mica a casa, per  via di quella tessera schifata, in spregio al podestà.

Si poteva vendere del siero, ecco, quello scremato.

Si doveva girare in bicicletta e far finta di essere bartali, al mattino, per cercare un caseificio che potesse diventar cliente.

Si parlava tanto della corte grossa, nel paese col leone nello stemma: 1000 ettari e mille campi, si diceva, con un maiale tirato su a tosello, 320 chili di gran bestia, e l’asta dei foraggi con cento e passa compratori, che al colpo con la frusta del padrone facevano silenzio e nell’aria sentivi solo i bombici  gravare sulle schiene dei cavalli…

Numeri grandi, grandi grandi.

 

Il casaro che poteva dire  non c’era.

Bisognava aspettarlo, con quel caldo.

La figlia gli portò acqua e limone: restarono lì, a contare le formiche, vicino alla stallata dei puledri.

Sei mica di qui, gli disse la ragazza, ti ho visto mai sul sagrato, quando c’è il Tano con la fisarmonica e si balla.

 

Tornare a casa col siero venduto per un anno e negli occhi il sorriso della Lina non era poca cosa. Era il caso d’andarci, a quel sagrato, perché la fisarmonica scioglie le gambe e i fianchi, e la Lina nella voce aveva pur la cantilena da santina, ma le gambe, signur, le gambe non erano secche no, e i fianchi, i fianchi, signur,  s’intendevano gloriosi…

 

Il Tano aveva del signore, anche se suonava in una cesta grande da fornaio: un podio riservato e casereccio. La faceva ridere, la  sua fisarmonica soberano, coi tasti di madreperla crème, e poi la faceva piangere. E il sagrato, in un’onda di guizzi e di sospiri, diventava romagna ed argentina.

I ragazzi erano tanti, con sguardi di cova maliziosa per le ragazze a crocchi e a filarini, nei vestiti leggeri di cotone, fresche di  bluse ricamate e colletti col nodino.

La Lina era rosa e bella, con la gala di pizzo alla sottana e le ciliegie rosse ricamate sulle tasche: il tremore della risata in gola. E sorrideva, molto sorrideva, ma il Gi era solo un forestiero. Più di tanto non si poteva dire, sotto il tiro imbronciato di sguardi maschi e nostrani:  ventitrè, per essere precisi.

Allora il Gi tornò col gruppo degli amici suoi, ogni settimana di quel giugno, per non essere da solo. Rilavati a sera, arrivavano con la riga dei capelli ben tirata, il pettine nascosto nel taschino, per l’ultimo tocco prima della curva e dell’arrivo potente in bicicletta. Per poi sparpagliarsi, battuta pronta e sguardo guastatore.

 

Il giovanottino magro subito al fianco della Lina, che, benedetta, era sempre lì a fargli una gran cera. Senza mai parlare, però: solo a canticchiargli

Babbo non vuole, mamma nemmeno,
come faremo a fare all'amor.

Babbo non vuole, mamma nemmeno,

come faremo a fare all'amor.

 

E lui, per non insospettire nessuno, stonava un

Bambina innamorata,

stanotte t'ho sognata

sul cuore addormentata.

e sorridevi tu.

 

Per sospirare, sospiravano assai.

E si guardavano negli occhi, anche quella sera, quando, al momento del saluto, le biciclette dei foresti erano già in gruppo, pronte alla partenza.

La musica del Tano stette zitta e si aprirono le acque.

Cateratte d’acqua fredda, secchiate improvvise come flagelli: cattive e giustiziere, al grido di “a ca’  a ca’, a ca’ vostra …”, un sottofondo di risate maschie e di stupore femmina. La Lina ferma come un uovo sodo.

 

Fu dolore, d’orgoglio e di eleganza.

Gli amici partirono in picchiata.

Il Gi, il Gi no.

Solo e bagnato, fermo nel bel mezzo del sagrato.

Con calma indolenza si pettinò il ciuffo bene indietro.

Poi posò una mano al petto, sotto gli occhi di tutti, esterrefatti.

Tastò, premendo appena, aprì il bottone di mezzo, ed estrasse una sigaretta asciutta, una di tre Serraglio prese a credito.

Tre, disse, salutando con le dita della mano a piccolo ventaglio, e gnanca ‘na moja. Neanche una bagnata.

L’accese, tirò una boccata come si deve e partì impettito: una scia di piccole gocce sulla strada bianca.

Per un po’, dietro la curva si sentì cantare a squarciagola

 

Chi va in cerca d'amore
ritrova una fata divina.
È signora del bene e del male
e si chiama Fortuna.

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domenica, 12 luglio 2009

 

La bambina delle voci.

 

La bambina aveva l’ossessione.

Se la sentiva nella testa, quella voce.

La chiamava dal sonno la mattina: un sonaglio basso, proprio vicino al collo, che si scuote e sfruscia e sfrega contro la tela grossa del lenzuolo.

Un fiato stanco e  biascicato.

 

Scheischeischeischeischeischeischeischeischeischei

 

Allora avrebbe fatto come il cane, quando le spighe matte gli vanno nell’orecchio.

(Un rotolarsi nell’erba e nelle stoppie. Un grattarsi disperato con  la zampa, quasi volesse scarnarsi lui da solo)

 

Invece si drizzava, correva ad aprire la finestra, guardava sotto il letto, cercava lì, fra le lenzuola, la  cicala. La serpe bianca delle fiabe. Anche la strega.

Niente.

Solo quel fiato che diventava sciame e la faceva scappare giù  in cucina, col sudore fermo sulla pelle, a cercare qualcuno in compagnia.

Perché allora la voce si spegneva, ma tornava di colpo, nella casa vuota, anche solo ad aprire la credenza o a scendere in dispensa, per una bottiglia di conserva.

 

Scheischeischeischeischeischeischeischeischeischei

 

Veniva voglia di correre più forte della voce.

Invece restava e sentiva la pelle raggrumarsi, coi puntini duri in superficie, come se tutto il corpo volesse sputare la paura.

 

Era cominciato nei giorni della carta.

La carta diceva della casa persa.

Sgombrare. Niente più da fare. Tutto mandato all’asta.

E suamamma con lo stringicuore, con la voglia più di fare niente, neanche grattare la barba del salnitro, neanche la tovaglia sulla tavola.

Solo voleva spegnere la luce.

Non vedere quella figlia, matta all’improvviso, con gli occhi da spinone tutti rossi, che scappava, le mani sugli orecchi.

Non vedere neppure suo marito, che nel rustico scortecciava i fusti col coltello e faceva il fondo delle ceste. In mezzo a quell’odore verde di palude. L’odore della vita povera di riva, di canna e di piuma bagnata a macerarsi, l’odore della vita che non si è mai asciugata e che se ne sguscia via, umida come l’anima del salice senza più corteccia: carne bianca e vischiosa, così fredda e nuda.

 

La madre l’aveva detto al prete, del maligno all’orecchio della Lina.

E dei cesti che restavano invenduti, perché non c’era né vendemmia né raccolta. Della maledizione sopra la sua casa. Di quel dovere andare via, sperando nel cuore del cognato. Un rustico lontano dalla strada.

 

Basta parlar di soldi in casa, aveva detto il prete, i soldi sono maledetti. E non c’era bisogno di croci e di novene. E il diavolo lo si lasciasse stare e pure le fatture di streghe contadine, ché bastava il pettino benedetto, tenuto sempre sopra il cuore e le rose a Santa Rita, sull’altare.

 

Poi le ceste presero a partire, sul banco del mercato.

Tornò l’olio sul pane, sopra la tovaglia, nella casa prestata dal cognato.

Si spensero le voci e la vita continuò come poteva, fiele e miele. I vecchi sotto terra, i figli grandi a camminare sulla strada.

 

Ormai sposa, la Lina qualche volta ci  pensava,  al fiato stanco e  biascicato, sparito per la cappa del camino.

Forse credeva di capire quale genio malvagio di pianura accendesse nella testa dei bambini quel sonaglio sonoro e serpeggiante: ci pensava pezzando le braghe del marito, un colpetto sulla mano della figlia, pronta a prendere un po’ troppa pietanza. Ci pensava mentre lasciava che la stufa si spegnesse già prima di sera…

 

E non stupì quella mattina: la piccola giù di corsa per le scale, sfregando gli orecchi  disperata, gli occhi da spinone tutti rossi.

 

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sabato, 04 luglio 2009

Non so quale sia l’ora

 

Non so quale sia l’ora. Nel giorno.

So che accade.

Forse verso sera.

Il sigillarsi del caldo nelle cose.

Un insinuarsi denso e senza uscite.

Un rimanere di lenta persistenza.

 

La storia  di tutta la giornata colata nella pietra del gradino, nei pori del disegno zigrinato.

La storia di tutta giornata sudata dentro il muro. E non basta la lavanda a fingere frescura.

 

Le cose tengono, del caldo, le diverse ore.

Il fiato di cucina e pomodoro (l’acqua che bolle versata nel lavello, ad inseguire una sua frigidità), fra soffi di vapore, a mezzogiorno.

Il sacco devastato del primo pomeriggio: alberi muti a mangiarsi l’ombra, calura a picco, come la maledizione.

L’asta fra cielo e terra delle cinque: odore di polvere all’urina, che la strada offre alla sera, un po’ paganamente.

 

Il caldo nella vena delle cose. Gonfio.

 

Questo pensavo ieri sera, seduta sulla scala di un cortile: intorno i canti di una chiesa metodista, a stonare un poco di alleluja. Dalla porta le voci degli amici, a interrogarsi sugli sportivi massimi sistemi. Il cyssus appena suicidato. Un libro che dice di dolore.

 

Sotto i piedi tutto il caldo di Milano, un gatto spugnoso di cemento.

 

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martedì, 30 giugno 2009

 

 

L’ala è un remo che naviga il cielo

il vuoto è morso che tinge la bocca

scoccando l’ora delle affilate lune  

i nomi degli astri splendono muti

o vela sanguinante della carne o

gelo di cometa o abissale meta.

 

Alberto Cappi (Il modello del mondo)

 

 

Un saluto e un abbraccio silenzioso per l’amico che parte, lasciandoci l’arca/arnia della sua poesia.

 

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mercoledì, 17 giugno 2009

Il bambino delle lumache

 

I giochi venivano dall’orto, dai cespi d’ insalata.

O dal bosco che s’infittiva, lì vicino, di muschi e di mirtilli.

Non erano giocattoli: i giocattoli sono solo cose.

I giochi, invece, erano pensieri: brevi giri dell’estro e di un’occhiata.

Balzi e sobbalzi di pura fantasia.

Guizzi di storie, anche, e di colori: la gibigiana sul dorso di una trota, l’impennarsi nervoso di una zampa  o le parole dell’acqua fra le pietre. Parole di salti e piroette.

 

I giochi erano i codirossi a primavera, con quel tremito strisciato lungo il corpo, fino alla coda e al suo ciuffo arancio: piccoli codirossi cacciatori, richiamati a briciole e ad insetti.

Arrivavano incerti di mattina, con un grido filato sottovoce, forse timidi per la notte appena chiusa.

Il bambino giocava a farli avvicinare con scie di camole e di grilli (o certi bruchi molli in fila indiana), intorno al tronco cavo del vecchio bagolaro: giusto per guardarli da vicino e un poco convincerli a nidiare.

 

I giochi erano i pesci rubati dal paniere, quando un palpito di branchia faceva pur sperare nell’ alzati e cammina: resurrezioni domestiche a comando.

Il bambino immergeva il pesce nella vasca, a prendere piano vita e acqua: lo  guidava sicuro con la mano, con gesti già visti di burattinaio.

 

I giochi erano chiocciole d’intrecciata bava, storie ricostruite sopra i sassi, lasciti lunari di notturni amori, che incartavano di nastri il selciato.

E scommesse fra basilico e lattuga: quale, nell’orto, la foglia preferita?

Il bambino cercava le mangiate di radula gentile, per scovare le chiocciole a ventosa sul dorso delle foglie: belle le onde viscide del piede che in aria si muoveva, rattrappendosi per la separazione. Una schiuma di bava friggitosa.  

Anche il capo spariva dentro il guscio.

Allora c’era da cantare in aria la canzone per chiedere alla chiocciola di uscire.

C’era da tentare le sue antenne con un filo lungo lungo di acetosa.

 

Così il tempo passava a traguardare,  in mezzo a minime  esistenze, che si lasciavano docili vestire dagli occhi curiosi dei bambini.

La vita pareva tutta esposta.

 

In un giorno dell’inverno ormai avviato, guarda, disse il nonno, e rovesciò sul pavimento di cucina  odore di freddo e di terra addormentata. E un rumore, come di secchezza.

Da un sacchetto rotolarono gusci ciechi di lumaca.

Il bambino ne prese uno e lo sentì leggero, con l’ingresso impedito: un tappo candido a far da pelle e scudo,  un tappo di bava disseccata, che non cedeva a toccarlo con un dito.

Bastava un bastoncino.

 

Trovò la chiocciola in riposo, raggrumata e sola dentro al buio.

Una sensazione che non era gioco.

Disagio, forse.

Quasi  per essere entrato in un sonno bianco, in una stanza con la tenda chiusa, dove la vita sta gomitolata, in attesa del caldo che la gonfi.

Un sonno che non vuole altro, solo il silenzio e la dimenticanza.

 

Come certe malattie che si preparano a un incontro: moneta lanciata in aria, ferma talvolta al bordo.

(dedicato a M. e a E., che vorrei aver conosciuto anche da bambini)

Scritto da colfavoredellenebbie alle ore 09:48 | link | commenti (38) |Torna su
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domenica, 07 giugno 2009

Indolenza

 

Da una domenica all’altra il tempo mi sembra un lungo respiro trattenuto.

Il settimo giorno si scioglie, piano piano.

 

Per questo, nella mia costellazione, ‘indolenza’ è parola  della festa: è lenta ed in discesa, contiene un poco di pigrizia, un minimo segnale di abbandono, che sfuma in trascuratezza saggia: sapere che il foglio scivolato chissà come (nella fessura più ostica da aprire) può anche restare in quel suo nido. Un altro po’.

 

E’ come pennellarsi attorno uno strato di gomma sottile e avvertire le cose da lontano.

Gli urti si fanno più gentili e lo scatto vitale arriva ammorbidito: quando te ne accorgi, è già passato e allora lo saluti con la mano.

Tanto poi ritorna.

 

A volte si ha bisogno di indolenza per fermarsi e per ascoltare: docile accoglienza del senso delle cose, fiducia che ci sia del tempo per capire, per trovare  varco e pausa.

 Piccoli lussi per entronauti casalinghi, che non escono dal bordo del tappeto…

 

Per ora si tiene ferma pure la speranza che, di suo, è tanto faticosa: ama progetti e proiezioni, viaggi di lungo corso.

Domani tornerà al lavoro: si schiude  il lunedì, questo uovo  di araba fenice, dopo un giorno di cova.

 

Buona domenica.

Scritto da colfavoredellenebbie alle ore 10:31 | link | commenti (24) |Torna su
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venerdì, 29 maggio 2009

Qui da noi succede

 

Qui da noi succede che i tramonti prestino all’acqua qualche cosa.

Una polpa di fragola matura.

Un lucido vivo di ciliegia.

Un guizzo di perla (o di stagnola), forse uscito dal nido di una gazza.

 

Stasera  è tutto una pace senza crespo: quella del vento che si tace, dopo avere impazzato e rivoltato.

Il cielo ritrova il suo limpore, prima di chiudere la luce.

E i pioppi sono una linea più scura.

 

Se ne va, il fiume, come conciliato.

Largo e compatto, accoglie questi doni.

Solo si apre con lieve fenditura all’isola che affiora per cespugli.

Un verso acido di rana  accompagna il vetro dell’acqua che si segna: piccole virgole a  margine di arbusti, zampe di consonanti a fior di pelle.

 

Se ne va, il fiume.

Si tiene anche le voci. 

Come noi.

Si torna a casa zitti, perché niente vada perso, in espansione.

Scritto da colfavoredellenebbie alle ore 21:32 | link | commenti (24) |Torna su
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lunedì, 18 maggio 2009

Nidi

 

Sono tornati i dialoghi dei merli.

Li sento alle spalle, intenti in lunghi conversari.

Riconosco la voce del mattino, che ci sveglia con piglio impenitente, supplente almeno più gradito dei gorgogli di tortore a singhiozzo.

 

Ma ora,  ora c’è tutto un modulare che sa di protezione:  un uscire e un tornare dentro il nido, garbuglio di fili piumati e di cortecce, che indovino fra la madresilvia.

(Fiorita, con l’odore buono del sole, scioglie al tramonto un sentore che ricorda la vaniglia)

 

Mi viene da pensare che i nidi già spariscono, nel breve.

Non si vedono più, velati dalle foglie.

 

C’è una quercia, fuori dal paese.

Coi rami che si aprono, globosi, gonfi degli umori del caldo che trattiene.

Verde e piena.

Nel freddo di febbraio, tutta disossata, pareva un condominio di cornacchie, di gazze e di ghiandaie (ché gli scriccioli cercano le siepi).

Nidi di coppe e di altarini, alcuni aperti e come traboccanti, altri protetti  da cupole di creste, gelosi ed introversi: sospesi come cuori, all’incrocio di rami e di destini.

 

Hanno questo modo gli alberi, d’inverno, per svelare interamente il loro amore.

Nei giorni lunghi, invece, chiamano  a segreti di schiuse e nutrizioni, con promesse di ombra e di frescura.

Tornano al chiuso, i nidi: fuori restano i voli.

 

Come certi dolori che camminano all’indietro per trovare uno slargo silenzioso: qualcosa nascerà, di buono. All’esterno lasciano, intanto, l’ostaggio di un sorriso, appena più pensoso.

Scritto da colfavoredellenebbie alle ore 22:07 | link | commenti (37) |Torna su
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venerdì, 01 maggio 2009

1° maggio

Sarà che spesso ci svegliava il sole e, se questo non bastava, era la voce che arrivava grossa, col tono un po’ da chiesa contadina. La voce che diceva ‘E’ il primo maggio, la festa dei lavoratori’.

 

Sarà che ci si alzava svelti, per vedere cos’altro succedeva, dietro la Topolino verde prestata dall’Ivano, per annunciare che il comizio c’era.

 

Sarà che si restava presi, poi, dal caffellatte, da mangiare in fretta con il pane, così buono spezzato sul tagliere, dai colpi secchi della Dina mianonna.

 

Sarà che la festa era già tutta nell’odore: la gallina gonfia a sobbollire, la pancia piena di tritura. Certi ovini caldi (quanta ricchezza implosa) già pronti nel piattino per la mano più veloce, col sale per seconda pelle. E le scarpe, le scarpe col nero ad asciugare sui gradini, prima che il nonno le tirasse a straccio: rito d’antica, familiare tradizione, che voleva le donne risparmiate e gli uomini fieri di tanta gentilezza brillantata.

 

Sarà che gli uomini di casa legavano la cravatta rossa e ci tenevano per mano, fino al carretto portato nella piazza: bandiere e  biciclette poggiate agli archi del palazzo, fra parole che non capivo bene, tutte stese davanti al municipio, sedute al caffè coi tavolini, poi alte alte sul vociare da mercato.

Il comizio finiva: allora mio padre  metteva me (e la mia timidezza di vergogna) lassù, in alto, perché ci fosse un bacio all’oratore.

 

Sarà che si tornava con un nastrino al petto.

Sarà che mianonna, appena a casa, requisiva i garofani residui per cercarne i getti e piantarli nel giardino.

Sarà che i getti si chiamavano ‘cursin’, di esse dolce: piccoli cuori, come tutto ciò che la Dina maneggiava,… ma è proprio il cuore che mi manca, oggi, il cuore dei gesti e delle cose.

Quello che si trovava anche su un carretto, quando si era semplici e bambini.

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Categoria - pareti
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domenica, 29 marzo 2009

 

La bambina della matta

 

Si cominciava a vedere dalla strada se qualcosa di strano era accaduto.

 

Potevano  essere le finestre aperte.

E la musica alta che usciva come schiuma, dietro un tappo di colpo imbizzarrito: di quella pira l’orrendo fuoco, straniero fra le ortensie e i bossi.

 

Potevano esser le lenzuola, anche.

Tutte quelle dell’armadio, buttate a spenzolare dalle finestre  in alto  e a gonfiarsi in cartocci, una sopra l’altra.

Confidenza non voluta di un dentro rivoltato: sfilacci e grovigli di un guanto rovesciato.

 

E le porte.

Le porte che sbattevano con tonfi di vento o di caverna.

Il senso metallico del legno quando incontra un muro che resiste.

 

La bambina capiva a metà viale, quando tornava dalla scuola, e sogguardava allora la compagna: si sarebbe accorta di qualcosa? avrebbe chiesto che inferno succedeva?

Bisognava cercare di parlare e prendere gli occhi con qualcosa: col gatto che passava per la strada, col merlo poggiato sopra il pruno. Poi salutare in fretta, senza nessun indugio sul cancello, magari dire come niente oggi c’è un poco di allegria, con le mani fredde dalle punte.

 

Accadeva talvolta a primavera.

Giornate elettriche, senza sfoghi di lampi e di scintille, in cielo.

Una volta sola nell’estate.

(La madre uscita di bassora nel cortile. Tutti i fiori strappati. La passiflora, specie, che era così bella, avviticchiata sulla siepe: tanti occhi di fiori bianchi e viola.

Non guardatemi  non guardatemi, urlava la sua mamma e staccava quei fiori con la rabbia e li pestava sulla terra dura)

 

La bambina sapeva come fare, quando il furgone di suo padre no, non c’era.

Meglio non entrare.

Meglio aspettarlo dai conigli, nel rustico appena dietro casa, quello vicino alla legnaia, con le gabbie e l’erba nella cesta, la finestra in alto, piccolina: le foglie del fico a far da tenda.

Meglio chiamare la bestiola grassa, nascosta al fondo della gabbia, tentarla con un filo di saggina, lungo lungo, sulle orecchie che hanno carne rosa.

Restare faccia a faccia per prenderla da specchio.

Giocare a farle il muso di coniglia, le guance tenute con i denti, la bocca che si succhia dal di dentro  e si muove si muove, quasi dovesse pigolare… Finchè non  le veniva da ridere nel naso.

Allora carezzava la coniglia, bianca e calda, la mano infilata nella rete, e le pareva di sentirne  il cuore veloce di paura.

In casa la musica, le porte, i passi intanto morivano pian piano e si alzava dalle fondamenta un lamento, un pianto disperato, preghiera e poi maledizione, nenia di morte e rosario di vergini e madonne.

 

Il furgone del padre si fermava secco: l’uomo scendeva e la cercava fra le gabbie.

E’ come un temporale, poi passa e non succede niente, trovava il modo di dirle sottovoce.

Poi entravano in casa: non c’erano parole.

La madre piangeva adesso silenziosa, rannicchiata vicino alla poltrona.

Il padre guardava la bambina e le faceva un cenno.

La bambina restava un poco dura, stanca quasi venisse da lontano, ma finiva con l’andar vicino e prenderle una mano. Stupiva nel trovarla calda e vera. La stringeva e solo la sentiva umida tremare, di  scatti e di salti irregolari. Come un cuore buio di coniglia.

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Categoria - storie di seconda mano
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